sabato 14 febbraio 2009

Benedetta Bianchi Porro e la mia vita

Confrontandomi tante volte con la mia malattia, mi sento vigliacca di fronte a certi esempi di vita che hanno mostrato come si deve vivere la sofferenza. Mi è balenato alla mente l'esempio di Benedetta Bianchi Porro, affetta da neurofibromatosi, malattia molto più grave della mia, che l'ha condotta alla tomba.
Ne ho già parlato qualche volta. La sua vita mi dà tanto coraggio. Mi affascina la sua forza nel lottare contro la malattia. Benedetta assisté coscientemente, fino alla fine, all'opera devastatrice della neurofibromatosi, aderendo con amore. Ciò non vuol dire che non ebbe lotte. Questo mi affascina: conquistò la vetta faticosamente in un'ascesa continua, mentre i chiodi che la tenevano ferma alla sua croce, s'immergevano lentamente nella carne. Benedetta seppe far sbocciare la sua anima fuori da suo corpo. La sua malattia, oltre a devastare il suo corpo, le diede occasione di dover accettare numerose umiliazioni da parte dei suoi compagni di università.
Benedetta, per chi non sa la sua storia, era affetta da una lieve zoppìa dovuta al virus della Poliomielite che, quando lei aveva soli 3 mesi, attaccò il suo corpicino, lasciandole un segno indelebile.
Fin dalle scuole superiori, il suo udito si abbassò in modo allarmante. Benedetta non si lasciò intimorire da questo suo handicap ma si diplomò a soli 17 anni. Cominciò l'università, medicina: aveva tanta voglia di aiutare il prossimo. La sordità avanzò inesorabile, ma lei riuscì ugualmente, con la sua grinta, a dare quasi tutti gli esami, riuscendo ad arrivare fino all'ultimo anno del corso. D'ora in poi la malattia si accanirà sul suo corpo. Diventerà completamente paralizzata ed infine cieca, lei che amava tanto i colori della natura...
Ciò che mi colpisce della sua vita è la grinta con cui visse la malattia, non soccombendo ma riuscendola ad accettare, tanto che gli amici non vedevano nella sua malattia la condizione essenziale della sua vita, ma la sua serenità, tanto che andando a trovarla esclamavano: "Da Benedetta, non si va a piangere un morto!" Eppure Benedetta non poteva aver quasi più alcun contatto con il mondo, privata di tutti e cinque i sensi.
Penso quindi, alla mia vita: ormai è da tanto che ho questa malattia. Voglio saper accettare i miei momenti di stanchezza, di sofferenza, con coraggio, con grinta, come fece lei che, appunto, non visse la sua condizione di malata come assoluta, ma sapeva superare sé stessa e ascoltare gli altri.
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