giovedì 26 maggio 2011

Sindel, lo zingaro di Carlo Sgorlon

Mi è sempre piaciuto leggere... avevo la fama di divorare i libri... Infatti pensarono di darmi un premio quando, non so cosa mi saltò in mente, riuscii a leggere i Malavoglia di Verga, in soli tre giorni!!!Nell'anno propedeutico di quinta magistrale, lessi in un solo boccone "Il vento nel vigneto" di Carlo Sgorlon, libro che ci fece leggere l'insegnante d'italiano. Me la rivedo davanti, magra, poco più alta di me, con quegli occhietti castani sfuggenti, parlare questo Sgooorlooon. Quando parla va di Carlo Sgooorlooon, gli occhietti si illuminavano d'immenso quasi come quando parlava di "Roooma, città aperta", di "Ladri di bicicletta" e di De Sssica... Quando non c'erano le "o" da triplicare, c'erano le "S"... Sgooorlooon non era altro che Carlo Sgorlon, lo scrittore friulano. Di lui ho letto anche "Il calderas", romanzo su cui riflettere... soprattutto in questi tempi così diffidenti, rasentanti il razzismo. In una cittadina slava, Novigora, si scatenò una moria di cui dapprima non si conoscevano le cause. Il sospetto, dettato per lo più da pregiudizi, cade, superstiziosamente, sugli zingari accampati nei pressi della cittadina. Il virus sospetto, che poi si rivelòcome un avvelenamento del pane da parte di un'erba, la segale cornuta, penetrò anche tra i nomadi. Vissalòm, un uomo anziano, portò con sé Sindel, un bimbo scampato alla sciagura, rimasto, però, orfano. Vissalòm voleva fuggire dalla guerra che incombeva sull'Europa e recarsi in Italia, patria del sole e della fratellanza. Riuscirono a varcare il confine dell'impero Asburgico, a fatica. I gagé, ovvero il popolo "non-nomade", stavano cominciando ad imporre le loro leggi pure agli zingari che fino ad allora non avevano avuto mai costrizioni in qualità di popolo nomade e privo di una patria specifica.
Gli Austriaci li fecero passare dopo aver loro diretto parole arroganti e facendo loro notare che non sarebbero più potuti entrare nell'Impero Asburgico. Vissalòm ebbe un attimo di esitazione perché intuì che non avrebbe più varcato il confine dell'Impero entro il quale ha vissuto gli anni della sua vita. A Sindel non fu detto della morte dei suoi genitori e gli si fece intuire che la fuga aveva come obiettivo principale portarsi il più possibile lontano dalla guerra (la I° guerra mondiale) e che lungo il cammino li avrebbe incontrati nuovametùnte. Sindel era curioso e intelligente: voleva sapere tutto sul suo popolo, ma ritiene di doversi discostare da esso per quanto riguarda l'ignoranza. Imparò a leggere e a scrivere, avrebbe voluto farsi portavoce del suo popolo.
I due nomadi fermarono il loro wurdon, carrozzone, presso Fajet, un paesino friulano, dove svolgono mestieri manuali, utili alla comunità. Vissalòm morì e Sindel decise di fermarsi definitivamente a Fajet. Purtroppo accadde che la storia del pane si ripeté con il vino. Sindel venne visto da un uomo mentre beveva del vino e, quindi viene accusato da questo di veneficio. Sindel temeva la prigione, così contraria alle sue origini di nomade, e decise di fuggire, ma, una notte, fu visto dal vecchio che, riconoscendolo, lo aggredì. L'accusatore aveva una bicicletta ed era ubriaco fradicio. Sindel si difese e, nella collutazione il vecchio cadde. Si rialzò subito e Sindel riuscì a fuggire. Venne però acciuffato dalla polizia e, la cosa che temeva di più si avverò: venne gettato in prigione. In questo episodio hanno trovato corpo le mie riflessioni. Sindel era un nomade, abituato a non fermarsi mai, temeva i luoghi chiusi. Agli inizi gli sembrava d'impazzire ma poi comprese che un uomo poteva essere libero anche in un carcere. Sviluppò la sua dimensione interiore e riuscì ad accettare una condizione che, tempo fa, lo turbava enormemente. 
Forse Sindel aveva trovato un modo di evadere da una situazione altrimenti insostenibile, sviluppando la sua interiorità.
Anche noi dobbiamo riuscire a sviluppare il nostro mondo interiore nella fede in Dio, in modo che la realtà si trasfiguri.
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