lunedì 26 settembre 2016

Il libro di Giobbe

Soprattutto... la speranza...
Proprio in questi giorni durante la messa si sta leggendo il libro di Giobbe. Il libro di Giobbe ci vuole raccontare le ragioni del dolore. Egli era un uomo giusto, eppure, nonostante tutto, lo affliggevano tanti mali. Secondo la concezione ebraica, il dolore era conseguenza del peccato. Questa era contraddetta dai fatti concreti, per i quali tanti innocenti soffrono senza aver commesso peccato. 
Il racconto dice che Satana, dopo aver fatto un giro sulla terra, si presenta al Signore e gli propone di poter disporre della vita di Giobbe. Il Signore permette la prova. Le disgrazie si succedono a ritmo serrato nella vita di Giobbe e lui comincia a lamentarsi con il Signore per la sua condizione disperata: affetti, beni materiali, salute.
La sorte di Giobbe muta repentinamente, ma, nonostante il dolore, Giobbe risponde: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”
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Che bella preghiera! Giobbe riconosce che tutto il bene gli viene da Dio e che solo Lui può disporre di suoi beni. In seguito la situazione precipita. Giobbe viene toccato nella salute e rimane completamente solo, abbandonato dai suoi parenti, oltraggiato dai suoi “amici”. Nessuno di loro riconosce più l'innocenza di Giobbe. Gli rinfacciano un qualche presunto peccato nascosto, in realtà inesistente. La preghiera a Dio si fa forte, Giobbe comincia a desiderare la morte. Non scandalizziamoci di questo: sì, Giobbe invoca la morte, pensa alla morte come il dono più grande. 

“Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: - È stato concepito un uomo!-...Perché delle ginocchia mi hanno accolto, due mammelle mi hanno allattato?”.
Satana ha domandato il permesso di provare la fedeltà di Giobbe e Dio glielo ha  lasciato fare. Certamente. Satana “aveva ragione”: la fedeltà si prova nel dolore, non quando tutto ci va bene e ci osannano. 
Ancora Giobbe: “Perché dare la luce ad un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono alla vista di un tumulo, gioiscono se possono trovare una tomba... a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato?”.
Giobbe ha sperimentato l'assenza di Dio. Il rigore e la durata delle prove lo hanno estenuato fino a portarlo a invocare la morte.
Non è così strano, visto che alcuni santi pare che siano stati vittima di desideri suicidi. Quando la battaglia diventa più strenua, l'inno alla vita è più sofferto ma più vero. Allora vediamo un san Francesco completamente cieco, non compreso dalla Chiesa, che si rivolge comunque con fiducia a Dio, nonostante la sofferenza del cuore. Le contraddizioni di Dio fanno soffrire, la fede si prova duramente. L'assenza di Dio... Tanti santi lo hanno sperimentato, per la stessa ragione accennata nei post precedenti. Il rischio di una persona religiosa è che si ritenga giusta e non riesca più a comprendere le debolezze degli altri. Certamente, il male va combattuto, il peccato impenitente va allontanato, lo ha detto Gesù stesso: se hai fatto tutto il possibile per mettere in guardia un tuo fratello dal male che ha commesso, se questo non capisce sia per te come un pubblicano o un peccatore... cioè non abbia nulla a che spartire con te, sii prudente! Soprattutto bisogna praticare la misericordia. Chi fa il male non deve abusare di questa misericordia. Chi è buono non è un idiota, si accorge di molte cose, ma, per amor di Dio, cerca di perdonare. Il perdono è però una grazia che viene da Dio solo. Dobbiamo chiedergliela, assolutamente, è indispensabile: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.... Al di sopra di tutto vi sia la carità...

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