mercoledì 31 dicembre 2014

L'anno che verrà

L'anno sta ormai volgendo al termine, il 2014, e quello nuovo (2015) è alle porte. Scusatemi se oso presentare alcune riflessioni, ma proprio certi atteggiamenti non riesco a comprenderli. Sono stata lontana dalla fede tempo fa e ricordo che l'attesa dell'anno nuovo non mi diceva più di tanto. Ciò che mi lascia perplessa è come festeggia la gente. È contraddittoria! Quando devono festeggiare il compleanno sono tristi, preferiscono non ricordarlo, ma poi, quando si tratta di festeggiare l'anno nuovo fanno pazzie, sparano, si denudano... ma a che pro? No, perché vorrei capirne proprio il senso...Taluni arrivano anche ad uccidere sparando in aria! Sono d'accordo invece al Capodanno passato con le persone con cui desideri trascorrerlo, senza eccessi di alcun genere... I botti non servono a niente... Nemmeno agli animali che si nascondono terrorizzati...
Dovremmo invece porci in atteggiamento di ringraziamento nei confronti del Signore, sia per l'anno passato che per l'anno che verrà: l'anno trascorso è ricco di doni che il buon Dio si è degnato di darci; essere arrivati a quello nuovo è già una grazia e bisogna ringraziare solamente Dio se siamo giunti a cominciarlo... Mettiamo l'anno nuovo sotto la protezione di Maria, chiediamo di non allontanarci da Dio, questa è la grazia più importante! Non sappiamo cosa ci riserverà l'anno nuovo, mettiamolo nelle mani di Dio, sicuri che Lui ne farà un capolavoro... esclusivamente Lui.

lunedì 29 dicembre 2014

Il dramma della fede

Festa della Sacra Famiglia... Immaginiamo tutto amore, niente inciampi... tutto scontato insomma... I componenti della Sacra Famiglia sanno che Dio li protegge, perciò la loro fede è scontata. Già, partiamo sempre da questo presupposto. Come ci poniamo davanti a una storia di cui sappiamo già il finale, così quelle che ci presentano i Vangeli, sono scontate. Solo che se abbiamo un briciolo di desiderio di conoscere e capacità di metterci nei panni degli altri, comprendiamo subito che la situazione di Abramo non era affatto rosea, come d'altronde non lo era quella di Maria e Giuseppe. Abramo non sapeva che l'angelo di Dio avrebbe fermato la sua mano. Abramo ha dato tutto di sé: tutte le sue speranze, le sue attese, il suo futuro... si è fidato davanti alla contraddizione che Dio non ha cercato di nascondere ai suoi occhi: ti darò una discendenza numerosa, ma intanto ti chiedo il tuo unico figlio...
Vivere la fede non è affatto scontato e nemmeno facile. Maria accettò l'annuncio dell'Angelo, sapendo che in quella storia sarebbero ruotate tante persone a cui avrebbe dovuto dare una ragione del suo stato... Ad esempio Giuseppe. Maria sapeva bene che accettando avrebbe messo a repentaglio la sua vita. Gli Ebrei non scherzavano. Abbiamo visto nei Vangeli stessi come Gesù salvò l'adultera dalla lapidazione! Quello sarebbe spettato a Maria. Maria con il suo sì si sarebbe esposta a tutto questo. È evidente la contrapposizione del suo atteggiamento a quello di Eva. Eva, tentata dal serpente, accolse il dubbio sull'operato e sull'amore di Dio per scegliere la “vita, la conoscenza, l'onnipotenza”; Maria, invece, accettò con fede il messaggio dell'Angelo, sapendo che questo l'avrebbe potuta portare alla morte. “Sarà potente, chiamato Figlio dell'Altissimo!”. Allora ecco vibrante la domanda di Maria, carica di significati: “Ma com'è possibile. Non conosco uomo”.
Chi penserà a convincere Giuseppe... Mentre Eva ha paura di Dio e con Adamo si nasconde, Maria sicuramente racconta la cosa a Giuseppe, affidandosi a Dio completamente. I vangeli non raccontano di questo dialogo, però si può dedurre che Maria non riportò totalmente quello che le era accaduto, tanto che Giuseppe pensò di licenziarla in segreto... Era giusto, ma tale atteggiamento avrebbe esposto comunque Maria, come si può ben intuire, alla furia della folla. Fu in quel momento critico e drammatico della storia della Sacra Famiglia che intervenne nuovamente Dio a frenare la mano di Giuseppe. Il dramma del Natale non si ferma a questi eventi, che pure ci richiamano a numerosi atti di fede da parte dei componenti della Sacra Famiglia. Anche dopo la nascita straordinaria di Gesù, la tracotanza di Erode fa esplodere una terribile persecuzione rivolta a bambini innocenti (i santi Innocenti Martiri) con lo scopo di trovare il Re dei Giudei. La sete di potere di Erode è insaziabile e lo porta ad uccidere in modo malvagio e crudele. Non pensiamo infatti che l'uccisione dei bimbi fu indolore! Generò tanta sofferenza! Ma i piccoli erano i precursori di Gesù, i piccoli testimoni dell'uccisione del Salvatore...
È curioso, però, che ogni volta che Gesù si manifesta al mondo, ci siano dei martiri, testimoni disposti a dare il proprio sangue.
La magia del Natale non è fatta di strenne, dolciumi e fiocchi azzurri, è costruita nella fede e nell'amore di altri, di una famiglia che ha saputo vivere imitando la Trinità...
Sì, perché la vita della Sacra Famiglia rappresenta la vita Trinitaria. Dio non ha esitato a dare il suo unico Figlio per la salvezza dell'uomo, sapendo che lo Spirito Santo lo avrebbe risuscitato... Ma non aveva mani, per questo motivo ha scelto quelle di Maria e Giuseppe, per accudire il suo adorato Figlio. Maria e Giuseppe dovevano amare Gesù come Lui stesso, Dio lo amava, per poterlo donare al mondo. Per questo motivo, scelse Maria, perché era piena di Grazia. Dio le aveva donato tutto, e lei lo aveva accettato nella sua vita.
Allora questa meditazione vuole riportare i nostri cuori a delle riflessioni che hanno delle risonanze nella nostra vita concreta. C'è sempre un “comando ipotetico” da parte di Dio nella nostra vita, comando che ci chiede qualcosa di sacrificare qualcosa di molto caro per la nostra vita, come accadde ad Abramo e a Maria. Può capitare qualche volta che Dio fermi la nostra mano in tempo prima che la scure si abbatta sull'oggetto del nostro amore, che si accontenti del nostro atto di affidamento, ma può anche darsi che non fermi la nostra mano e che la scure si abbatta implacabile sull'oggetto del nostro amore. Riusciremo a mantenere la nostra fede intatta come fece Giobbe? Sì, perché Giobbe è il chiaro esempio di colui che lasciò agire Dio nella propria vita indisturbatamente, e tutto ciò che accadde non fu un chiaro volere di Dio, ma di satana. Dio permise a satana di agire nella vita di Giobbe, semplicemente perché da quel male sorse un bene ancor maggiore....

Santo Natale

Il santo Natale è una solennità importantissima per il cristiano. Superficialmente può apparire una festa dolce, tutta gioia e sorrisi, ma se si medita in profondità si scoprono vari risvolti, drammatici, zeppi di una fede che salva, redime l'umanità intera. Un “mistero grande”, insomma. Ma cosa intendiamo per “mistero”? Non è la parolina d'ordine che il cristiano pronuncia quando non capisce più nulla di qualche lato della dottrina, per cavarsela a buon mercato e nascondere la propria ignoranza in materia. Gesù è venuto per spiegarci e mostrarci il Padre, non per annebbiarci la mente. Ricordiamo cosa rispose a Filippo quando gli domandò di mostrar loro il Padre: “Ma come Filippo, da tanto tempo sono con voi e non avete conosciuto il Padre? Io sono nel Padre e Lui è in me”. È chiaro che Dio è grande rispetto alla nostra piccola mente, ma è pur vero che l'uomo è capace di Dio. Santa Teresina, quando spiegò il comandamento dell'amore, ovvero quello che chiede di essere perfetti come il Padre nostro che sta in cielo, disse che Dio non poteva ordinare all'uomo qualcosa che non potesse raggiungere, in quanto era Dio stesso che avrebbe fornito all'uomo gli strumenti necessari per raggiungere l'obiettivo prefissato. Questo non vuol dire che l'obiettivo sia facile da raggiungere, ma il “giogo” che Gesù dà all'uomo da portare è dolce e leggero. Dio è sostanzialmente amore, amore infinito, libero, per cui la chiave di lettura del tutto dovrebbe essere l'amore. Tornando alla parola “mistero”, possiamo giocarci un po' e scavare in essa per trovare un grande significato. “Misterium” in latino significa proprio “segno”. Purtroppo se meditiamo o pensiamo a come è articolata la messa che è... lasciatemi anche dire... un po' “mutilata” nella traduzione dal latino all'italiano, possiamo notare come sia stato usato male il termine “mistero”.
Dopo l'Epiclesi, cioè il momento in cui avviene il miracolo più grande, il pane e il vino si trasformano in Corpo e Sangue di Cristo per opera dello Spirito Santo, il sacerdote pronuncia queste parole: “Mistero della fede”. Con la parola “mistero” o almeno con il significato italiano, intendiamo una cosa di cui non capiamo niente, non ne sondiamo la profondità. Certamente, tutto non possiamo comprendere in questo mondo, tuttavia, con quella formula il sacerdote dice che tutto ciò che è avvenuto durante l'Epiclesi è un mistero, un qualcosa che non si conosce, che è rimasto opaco. No! Non è così! È il “Misterium fidei”, ovvero il “Segno della nostra fede”: tutto verte su quello, sul momento in cui Dio compie il supremo atto d'amore: dà la sua vita in riscatto per l'uomo.
L'avvenimento del Natale ha una portata enorme. La natura non può non prorompere in grida di gioia. Così, come si è riempita di terrore, tremando, scuotendosi, quando Gesù è stato condannato a morte dall'uomo, quando squarciò i cieli per scendere, la gioia deve essere stata davvero grande. L'uomo non meritava di essere salvato. Il capolavoro uscito dalle mani di Dio, non meritava di essere salvato da Dio. Infatti, in seguito alla caduta nel peccato dei nostri progenitori, l'uomo è caduto di peccato in peccato. Il debito era immenso e solo Dio stesso poteva condonarlo. Ci voleva il Sangue e l'amore di Dio! Il sangue dei profeti non bastava. Questo deve farci fremere davanti a quello che è veramente il peccato agli occhi di Dio. Ecco quindi il dramma iniziale, il motivo per cui Dio stesso aveva mandato Gesù sulla terra per redimere l'uomo.
Le letture di ieri ci hanno potuto far meditare sulla figura straordinaria di Abramo. È vero, spesso ci soffermiamo sulla richiesta di Dio fatta ad Abramo, ma non sulla fede di Abramo. La portata teologica di questo, è straordinaria e comprensibile. Dalla promessa fatta da Dio ad Abramo nascono tutte le religioni, anche la nostra. Ma il debito dell'uomo nei confronti di Dio è immenso e la fede di un uomo, anche se grande, è limitata. Ci voleva una fede grande: quella di Dio per poterci giustificare veramente.
Abramo non esita ad offrire il suo unico figlio perché crede fermamente che Dio abbia il potere di far risorgere dai morti. Non sa dove lo porterà questa richiesta di Dio... Ma ovviamente, anche nel momento in cui Dio ha trattenuto la sua mano e non ha permesso che uccidesse suo figlio, Abramo non ha potuto comprendere la portata della promessa fattagli: “La tua discendenza sarà numerosa come la sabbia del mare”... E così è stato: nella sua promessa s'innestano gli Ebrei, tutti i Cristiani di qualsiasi confessione religiosa, i Musulmani. In questo quadro si colloca il senso dell'Ecumenismo, coltivato e rafforzato soprattutto in questi ultimi tempi, ma ostacolato da persone senza scrupolo che trovano l'aberrazione proprio nel fanatismo religioso. Siamo tutti figli di Dio, figli di Abramo, quindi tutti fratelli. Il vero dramma che ha fatto sì che Dio scendesse sulla terra era il peccato dell'uomo.

sabato 15 novembre 2014

Perseverare nella preghiera....

Il vangelo di oggi ci esorta a pregare incessantemente con accenti forti di speranza. Racconta infatti di un giudice disonesto che viene importunato da una vedova. Non vuole assecondare le sue richieste, ma per la sua insistenza, viene spinto a esaudirla. Ciò deve essere segno di speranza per noi. Se un giudice disonesto asseconda i desideri di una vedova che lo importuna, tanto più Dio che ci ama, se noi gli chiediamo cose buone, ci asseconderà. Chiaramente dobbiamo chiedere cose buone. Oltre a questo punto, il vangelo mi ha fatto venire in mente i “Racconti di un pellegrino”. Il pellegrino vuole attuare questa parte del vangelo, ma non sa come fare. Pregare incessantemente non è semplice. Ci lasciamo distrarre da tante cose. Pregare non significa solamente ripetere “Mio Dio, abbi pietà di me” come raccontano i “Racconti del pellegrino russo”, ma il trucco sta nel vivere l'amore ossia a trasformare la vita in preghiera. Non è così semplice... Eppure è ciò che Dio vuole da noi.

lunedì 10 novembre 2014

Il perdono


Quante volte dovrò perdonare? È la domanda che, sgomenti, gli Apostoli rivolgono a Gesù. Già perdonare una sola volta, è difficile, immaginarsi “perdonare sempre”!

Il nodo del problema sta proprio nel perdonare se stessi. Se non riusciamo ad accettare le nostre imperfezioni, non con un facile buonismo, ma con umiltà, riconoscendoci fragili senza l'aiuto di Dio, non riusciremo a perdonare né ad accettare le mancanze degli altri. È un'impresa straordinaria. Spesso e volentieri diciamo agli altri di perdonare, ma poi quando tocca a noi, tutto diventa complicato, s'ingarbuglia e ci accorgiamo che nella nostra mente si deve azionare tutto un meccanismo che, oltre alla fede, coinvolge la memoria e la nostra capacità di ragionare.
Saremo dei veri cristiani quando avremo il coraggio di perdonare sempre. Difficile la pratica, ma non impossibile: ecco la corsa verso la meta che abbiamo accennato nell'altro post. Per praticare il vero perdono, bisogna correre perseveranti verso la meta, ovvero Cristo.
Non c'è altro modo. Dobbiamo però scoprire l'amore che Cristo ha per noi, altrimenti non muoveremo un passo! Riconosciamo il suo amore. Tante volte pensiamo superficialmente che Dio ci ama, ma poi in pratica non lo dimostriamo. Egli ci perdona, sempre, anche ciò che la nostra coscienza non osa perdonare. L'amore di Dio è illimitato e ce lo dimostra pure con il racconto di quella parabola che fa fremere i nostri cuori fin nel profondo, ovvero quando ci racconta che agli operai che ha chiamato per ultimo e che hanno lavorato solamente un' ora, ha elargito la stessa paga di quelli che hanno lavorato per ore sotto il sole. Non sembra, ma questa parabola ci sgomenta: come può dare Dio anche a degli assassini il Paradiso che noi, con fatica, cerchiamo di conquistare ogni giorno, cercando di essere fedeli nella preghiera, nella pratica della Pietà?
Non osiamo dirlo, ma dentro il nostro cuore c'è una rivoluzione. Abbiamo sete di giustizia, tutti noi abbiamo sete di giustizia e quando capitano delle ingiustizie il nostro intimo freme per ottenere giustizia e non abbiamo pace finché questa non si compie davanti ai nostri occhi. Talvolta diventa la nostra speranza maggiore. Solamente che Gesù, oggi, ci esorta ad andare oltre a questa visione umana: dobbiamo desiderare che le porte del Paradiso si spalanchino anche per chi ci ha fatto veramente male, per chi ci ha distrutto completamente la vita, ha spento i nostri sogni e le nostre aspettative. Eppure Gesù ci chiede questo. Impossibile per gli uomini, ma non presso Dio a cui tutto è possibile, anche smuovere le montagne del nostro egoismo. D'altronde se guardiamo meglio dentro di noi, abbiamo tante cose da rimproverarci, troppe. Già, a volte noi siamo portati a non perdonarci ma soprattutto a non perdonare gli altri, ad essere severi, ad essere ciechi davanti ai nostri difetti.
La psicologia lo dice chiaramente: chi non si accetta, è portato ad essere critico con gli altri... e ancora ci dice che, spesso e volentieri, si presenta un paradosso: vediamo i nostri difetti negli altri e pretendiamo che gli altri si correggano.... Vi sembra strano? Eppure è così. Ad esempio pretendiamo che gli altri siano sinceri, ma non ci accorgiamo che noi stessi non lo siamo e pretendiamo, appunto, che gli altri siano sinceri, come noi non lo siamo.

domenica 9 novembre 2014

Gesù e lo zelo per la sua casa

Il vangelo di oggi ci consegna la figura di un Gesù insolito, che ci dà quasi fastidio. È il famoso vangelo di Gesù che, al Tempio, scaccia i venditori e i cambiamonete usando una frusta.
Alcuni atteggiamenti di Gesù ci possono disorientare: quando, appunto, scaccia i venditori dal Tempio, con fare piuttosto violento, oppure quando non esita a chiamare vipere e ipocriti i Farisei, Scribi e i Dottori del Tempio.
Eppure anche questi racconti fanno parte dei Vangeli. Sono fatti accaduti sul serio e che hanno fatto riflettere gli Evangelisti o gli Apostoli.
Riflettiamo sull'atteggiamento di Gesù proposto dal vangelo di oggi. Gesù afferma che hanno fatto della casa di Dio un mercato. Alla domanda esterrefatta degli astanti su chi gli dava l'autorità di fare questo, Lui risponde che è Dio con un'espressione particolare: “Distruggete questo Tempio ed io in tre giorni lo ricostruirò”.
Parlava del suo Corpo. Con questa premessa è facile dedurre che la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e che lui sta denunciando, non solo gli abomini che stavano compiendo in quel momento nel Tempio, ma di ciò che sarebbe accaduto poi nella Chiesa, sia come edificio che come Corpo mistico. Come ci comportiamo negli edifici adibiti al culto come le chiese o come membra della Chiesa? La meditazione assume un ampio respiro e ci coinvolge in tutta l'interezza della nostra persona.

sabato 8 novembre 2014

San Paolo e la santità


Le letture di oggi devono essere eloquenti per tutti i cristiani. San Paolo afferma di essere iniziato a tutto, di essere allenato a tutto, alla ricchezza come all'indigenza,. Tale espressione ci riporta a un'altra sua meditazione: ogni cristiano è un atleta che deve correre con perseveranza verso la meta finale per conquistare la corona di gloria che non appassisce. Per fare ciò, bisogna essere temperanti in tutto.

Paolo, santo dal carattere forte, oserei dire “difficile”, - tanto che Marco (anche lui santo) diverge talmente tanto da lui che preferisce percorrere strade differenti come ci raccontano gli atti e una lettera di san Paolo stesso, - è un gigante nell'amore, nella santità.

Ci dovrebbe consolare. Spesso spostiamo l'idea, il concetto di santità in attributi che la costituiscono ma, fondamentalmente non ne compongono l'essenza. In particolare, viene scambiata per “santità” la forza... Forse perché i martiri hanno avuto il coraggio di dare la vita per Cristo, di non vacillare davanti ai persecutori... Ma questo non esclude che abbiano versato le loro lacrime. Tutti abbiamo paura della morte, chi più e chi meno, ma il coraggio non sta nel non sentire la paura ma nell'affrontarla credendo fermamente che oltre quel salto nel buio, verso l'ignoto, esiste veramente un padre che ci ama, quello che ci ha annunciato Gesù: Dio.

La forza umana nasconde troppo spesso l'incapacità di temperare il proprio carattere, la debolezza e la diffidenza verso il prossimo (la paura) e, al contrario l'arroganza di ritenersi superiori a tutto e a tutti.

La forza vera, che costituisce la santità cristiana, ricalca la figura del Cristo che agonizza nell'orto degli ulivi durante la passione che lo condurrà a morire sulla croce: l'amore. L'amore non ha timore di chinarsi, di versare lacrime... anche di sangue.

Santa Teresina di Lisieux l'aveva compreso molto bene: l'amore era l'anima della santità!

Ritornando a san Paolo e ai suoi meravigliosi scritti, vorrei soffermarmi su due meditazioni che il santo in poche parole accenna: “Tutto posso in Colui che mi dà forza”.

San Paolo è un santo dal carattere impetuoso ma la sua grande forza, la sua santità, risiede tutta nella convinzione che è Dio che gli ha donato tutto. Il suo merito è stato quello di approfittare dei doni che il buon Dio gli ha elargito: “Per grazia
di Dio sono quello che sono”...

Ci ricorda anche che la santità richiede allenamento, non è qualcosa che si conquista da un giorno all'altro, oppure una volta per tutte. Chi pratica sport agonisticamente, sa bene che richiede molto spirito di sacrificio e temperanza che coinvolge corpo e spirito: san Paolo non poteva trovare paragone più azzeccato. Non dobbiamo pensare di non essere chiamati a tanta grazia o di essere presuntuosi a desiderarlo! È vero che chi si è impegnato seriamente nel cammino della santità, si è pure accorto che non è così semplice e che non si tratta di una cosa sensibile, ma tante volte sfuggevole e condita di amarezza. Purtuttavia dobbiamo essere convinti su quale sia la nostra meta finale, il possesso di Dio. Vi ricordate di Heidi e della sua amica Clara? Clara, paralizzata alle gambe, passò il suo periodo più difficile proprio quando comprese che poteva camminare ma che questo richiedeva molta fatica, costanza, sopportazione e accettazione della propria condizione fisica oscillante. Ella aveva capito che poteva camminare, aveva pregustato la gioia immensa che si prova ad avere il dono dell'uso delle gambe, ma la sua più grande paura era quella che fosse tutto un'illusione destinata a rimanere tale e che ciò che aveva pregustato, si sarebbe limitato a saper muovere le gambe ma non a muovere i primi passi e quindi a correre. Anche noi, come lei, se abbiamo sperimentato davvero la preghiera e quindi pregustato le gioie del Paradiso, sappiamo bene quale gioia ci attende... Ma abbiamo paura di non poterla raggiungere mai perché rimane un'aspirazione troppo alta... Noi, però, abbiamo questa grande speranza e certezza che ci deve donare delle ali d'aquila: la presenza e l'amore di Dio.... Allora saremo certi davvero che possiederemo il Paradiso!

martedì 14 ottobre 2014

Alluvione 2014, Genova

Desideravo dedicare questo post al disastro che ha colpito la mia cara città: Genova. Le immagini drammatiche che i mass – media hanno divulgato, parlano chiaro, anche se non mostrano veramente la sofferenza delle persone. Ancora una volta Genova piange i suoi morti... È stata “fortunata” perché è successo di notte, poteva essere una strage: Qualcuno, con la Q maiuscola, ci ha protetto.
La mattina dopo l'esondazione del Bisagno e del Fereggiano, mi venivano le lacrime agli occhi. Nessuno di noi può dire: “io non sono stato toccato dal disastro”, nessuno. La tragedia ha colpito tutti... Ogni genovese... ogni italiano...
L'alluvione è stato più grave di quello del 2011 anche se ci sono stati meno morti. Questo però non deve essere il metro di valutazione per misurare i danni avuti! Ripeto che se fosse accaduto durante il giorno sarebbe stata una vera strage, visto che nella zona colpita, c'era l'uscita della metropolitana di Genova: Brignole. Una sola morte è eloquente per misurare un grande disastro... e anche se non ci fossero stati morti, la questione sarebbe stata ugualmente grave! E un grazie immenso a chi ha spalato fango....

venerdì 5 settembre 2014

Vangelo, Eucaristia, Preghiera


All'Angelus di domenica scorsa, papa Francesco ci ha esortato a tenere presenti nella nostra vita cristiana tre punti fondamentali: Vangelo, Eucaristia e Preghiera.

Sono i tre cardini della vita cristiana e l'ordine con cui li ha enunciati, è eloquente.

Il Vangelo... papa Francesco ci ha detto di portarlo sempre con noi e di leggere ogni tanto qualche passo durante la giornata. Credere nel Vangelo è basilare e si poggiano gli altri due pilastri: l'Eucaristia e la preghiera. È pur vero che durante la giornata ci lasciamo prendere da tante cose, sia belle che brutte e scordiamo di richiamare alla mente ciò che Gesù ci ha insegnato. Siamo portati ad essere egoisti, ad allontanarci dai nostri nemici, a dare semplicemente lo stretto indispensabile. Leggere ogni tanto il Vangelo ci riporta ad una realtà più grande che non ci esenta dal soffrire, ma ci fa sentire amati e protetti da qualcuno che non ci scorderà mai: Dio Padre.

Tutti noi siamo meritevoli d'ira da parte di Dio, ma Dio Padre ci vede attraverso l'immagine del Figlio suo. Per tale motivo dobbiamo imitarlo in modo sempre più perfetto, per far coincidere l'immagine nostra con quella di Gesù. Dio vuole tanto da noi. La nostra anima è infatti creata per la luce dell'eternità. Non si limita a dire di essere perfetti, ma aggiunge il seguente complemento di paragone: “come il Padre”. La meta a cui dobbiamo puntare infatti, non è la cima del monte più alto, ma il cielo stesso che la sovrasta e non è un'impresa da poco. Ci vuole l'aiuto dello Spirito Santo e la presenza costante e reale dell'Eucaristia.

Arriviamo perciò al secondo punto ricordatoci da papa Francesco: Eucaristia. Se impegniamo seriamente il nostro tempo alla tensione della sequela di Cristo, ci accorgiamo immediatamente che l'impegno è troppo grande per noi. Abbiamo bisogno, appunto, di una forza superiore che renda soprannaturale la realtà terrena: lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo non può che essere a sua volta Dio. Il programma di Cristo esula dai sentimenti esclusivamente umani, anche se parte o può partire da questi. È un programma divino e quindi solo Dio può aiutarci a svolgerlo.

È lo Spirito Santo durante l'Epiclesi a intervenire per cambiare il pane e il vino in corpo e sangue di Cristo. Ricordare il sacrificio di Cristo sulla croce, ci aiuta a non allontanarci da Lui, a ricordare con quale amore ci ha amati, un amore sublime, gratuito. E dall'incontro della nostra anima con l'Eucaristia, scaturisce il bisogno di pregare, di ringraziare Dio dei doni che ci ha dato e che tanto più spesso nel nostro egoismo non riusciamo nemmeno a scorgere, di lodarlo, di chiedere ed esporre le nostre suppliche. Ciò che è importante nella preghiera, è però la lode. Dio sa già ciò di cui abbiamo bisogno e ha cura di noi, tuttavia a volte desidera che noi esponiamo le nostre richieste per ricordarci che siamo tutti dei poveri mendicanti, bisognosi di tutto. È solo Dio che può arricchirci. Per questo motivo gli sono gradite le nostre richieste, ma con questo non dobbiamo scordare che comunque queste devono essere secondo la Sua volontà, ovvero secondo il suo progetto d'amore. Spesso e volentieri si limita a pensare che fare la volontà di Dio significhi fare questo o quello, andare in un posto o meno. Non è solo quello, anzi la base della volontà di Dio non è questa ma è semplicemente imbevere e trasformare la nostra realtà in amore così come accade nel momento dell'Epiclesi: trasformare la realtà che viviamo in Eucaristia. Possiamo perciò fare scelte sbagliate nella vita, andare di qua anziché di là e magari Dio non lo voleva, ma dobbiamo fare in modo che tutto si trasformi in Amore, in Gesù Cristo. È questo principalmente fare la volontà di Dio! In secondo luogo è assumere un ruolo, andare in un posto piuttosto che in un altro, ma l'importante è amare.

Senza preghiera, ovvero l'incontro con Dio, non possiamo trasformarci. La preghiera non è una serie di formule da dire interamente fino alla fine. Abbiamo spesso un'idea molto gretta della preghiera. Pensiamo che se non diciamo ad esempio tutto il Rosario fino alla fine, Maria non ci ascolti! Non è così! L'anima che vive in Dio semplicemente lo loda in ogni istante della sua vita. Abbiamo molto da imparare dalla Natura! Guardiamo gli uccellini! Basta un po' di sole, un po' di caldo, che cantano e il loro canto è sublime! Non possono pronunciare parole e concetti alti ma semplicemente gioiscono di ciò che di bello li circonda ed esprimono nel loro canto tutta la gioia di cui è colmo il cuore. E Dio li cura... Lo ha detto Gesù stesso. E ha detto pure che noi valiamo più di molti passeri! Noi abbiamo un altro linguaggio, la parola che Dio ci ha dato rispetto agli animali, e che dobbiamo usare per lodarlo, esporre le nostre richieste.

venerdì 29 agosto 2014

Santa Monica e sant'Agostino


Il 27 e il 28 agosto sono dedicati a due santi che “meritano” ricevere le nostre attenzioni e riflessioni: santa Monica e sant'Agostino, mamma e figlio. Monica è una donna di Dio che ama il marito nel vero senso della parola, ovvero, desidera la sua conversione, così come, in seguito farà con suo figlio.

Monica piange per la vita dissoluta che conduce suo figlio e ne desidera la conversione. La nostra conversione, la nostra fede, in qualche caso, è voluta e desiderata da qualcuno che ha pregato e offerto per noi. Quale grande amore di questa madre! Spesso quando parliamo di benessere, soprattutto al giorno d'oggi, siamo sempre propensi a pensare a quello economico. È vero: la crisi attualmente miete vittime ogni giorno. Oggi stesso un uomo si è tolto la vita a causa della crisi... e chissà da quante altre persone è stato preceduto. Spesso e volentieri, parliamo di crisi a sproposito. È una parola che ci riempie la bocca, ma non ci siamo mai accorti che la crisi è principalmente dovuta alla mancanza di morale in cui versa il nostro popolo. Il benessere, quello vero, è quello spirituale, una volta raggiunto questo si avrà pure quello materiale. Qualche anno fa avevo letto in un libro scritto da un sacerdote, che i parenti quando un loro congiunto stava per morire, tendevano a non chiamare il sacerdote per non spaventare ulteriormente il malato. Questo è sbagliato! Non ci si accorge che facendo così chiudiamo le porte del paradiso alla persona che sta per entrare nella vita eterna. Pur essendo credenti non abbiamo veramente a cuore la salute spirituale dei nostri cari! Terribile! La persona che sta per morire, sente in cuor suo che sta per affrontare e compiere il passo più importante della sua esistenza, quello che deciderà del suo eterno futuro. Solo lui può capire in quell'istante che si sta giocando il tutto per tutto in quel momento! I parenti hanno ancora i piedi sulla terra e ragionano ancora da uomini, ma colui che sta per varcare l'eternità, sa bene che l'uomo non è fatto per la terra ma per il cielo. Se teniamo bene a mente questo, non ragioneremmo mai come uomini destinati a diventare nuovamente polvere, ma come anime destinate all'eternità e alla luce.

Monica, insomma, era una di queste persone. E ce ne sono state tante altre, ad esempio santa Rita da Cascia. Il suo coraggio di madre, poi, è stato veramente eroico. Dopo la morte violenta di suo marito, i figli volevano vendicarsi. Rita aveva paura che i figli si macchiassero di peccato mortale. Ebbe il coraggio di chiedere al Signore la loro morte piuttosto che cadessero in peccato mortale, macchiandosi di così atroce delitto. È l'amore di una madre che ama veramente l'anima di coloro che ha generato.

Monica ha offerto le sue lacrime e suppliche e fu esaudita. Sant'Agostino conduceva una vita dissoluta, nella lussuria e vagando di eresia in eresia. Il suo cuore era assetato di verità, ma non riusciva a trovare la sua vera pace. Nelle celebri “Confessioni”, Agostino racconta la sua travagliata vicenda spirituale, senza mezzi termini racconta le sue avventure con le donne, i suoi incontri sbagliati. E proprio in questo bellissimo libro che troviamo il suo cantico che raggiunge il parossismo in queste parole:

“stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell'intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto. Entrai e vidi con l'occhio dell'anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un'altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l'olio che galleggia sull'acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.

O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva di udire la tua voce dall'alto che diceva: 'Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me'.

Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù», «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli». Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita»; e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne».

Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.”

Non ha bisogno di nessun commento: è semplicemente un'anima che ha toccato il fondo e ha conosciuto veramente Cristo, incontrato una persona che lo ha fatto innamorare. Lui, eretico, entrò a

far parte della Chiesa e divenne addirittura vescovo...

Tardi ti ho amato... è l'anima che avrebbe voluto conoscere Cristo prima perché ne ha assaporato la bellezza. Tardi ti ho amato, è la frase che potrebbe sospirare anche un dodicenne quando si accorge di aver incontrato autenticamente Cristo... è sempre troppo tardi per l'anima che sperimenta il vero amore...