mercoledì 16 luglio 2025

Abbandonarsi

 Com'è difficile abbandonarsi in Dio! 

Alla base di questo c'è la concezione che abbiamo di padre. Quale figura ci viene in mente quando pensiamo a "padre"? Abbiamo in mente un padre che ci abbandona? Un padre feroce? Un padre che ci consente tutto fino ad essere assente quando ci mettiamo nei pericoli? Oppure un padre che ci ama immensamente, pronto a farsi conoscere, a dare la propria vita per noi, a sacrificare ciò che di più caro ha per noi, che ci corregge quando sbagliamo affinché non finiamo in una strada facile, ma sicuramente immensamente pericolosa per noi?

Alla base del nostro cammino spirituale c'è l'idea di "Padre" secondo la nostra esperienza personale, secondo ciò che abbiamo vissuto. Spesso infatti si dice che chi ama in modo distorto, è perché non ha mai conosciuto l'amore e non è mai stato amato in modo vero.

Proprio per questo Dio si è incarnato, per farsi conoscere agli uomini così come Egli è. Il nostro amore deve essere purificato dalla concezione che abbiamo di padre e abbracciare quella vera di Dio Padre.

Se leggiamo ed entriamo nel vivo delle Parole del Vangelo, scopriamo un Dio che ci ama immensamente, che predicando l'Amore, si svela. Ecco perché è importantissimo meditare il Vangelo, in esso vi è esplicitato l'amore che Dio ha per noi.

Abbandonarsi in Dio vuol dire lasciare il nostro modo di pensare, ritenendo che quello di Dio è più sapiente e pieno di amore nei nostri confronti, che sa il vero bene per noi, anche se ci chiede qualcosa che non vorremmo mai accadesse. È ritenerci meno sapienti di Dio, è mettere nelle mani di Qualcuno più grande di noi la nostra vita e lasciare che dipinga il quadro più bello. 

Il fine di Dio è la salvezza delle nostre anime, è la conquista da parte nostra del Paradiso, del pieno possesso dei Suoi beni. Tale fine, però, a volte ci chiede il completo distacco dalle cose terrene, comprese le persone che ci stanno accanto.

È davvero difficile per un ricco entrare nella concezione del Regno di Dio. E per ricco, non si intende colui che ha tanti soldi, ma colui che è ricco di sé, colui che vuole essere il centro della propria e altrui vita, che mette al centro i propri interessi, sentimenti, orgoglio, soddisfazione personale, a discapito dell'amore. 

Chi ama davvero si fa piccolo... e qui lascio la parola a san Paolo...



"Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia, comprendessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, non mi servirebbe a nulla. 

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 

La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!"

lunedì 2 giugno 2025

Ai piedi della Croce come Maria

 Se è difficile stare sulla Croce, subire la Passione, come fece Gesù, lo è anche stare, come Maria, ai piedi della Croce di qualcun altro e assistere impotenti, con il cuore squarciato, alle sofferenze che qualcuno a cui vuoi bene sta vivendo. 

Mentre si soffre per cose personali, una malattia propria, un problema al lavoro, nelle relazioni di amicizia, si sente che è meno doloroso rispetto a quando si assiste alla sofferenza altrui, forse perché si sa quali e quante sono le proprie forze.

È tremendamente difficile assistere alla "condanna" di un proprio caro che deve cominciare a salire il proprio calvario. È proprio in quel momento che bisogna guardare all'esempio di Maria.

Maria vide il proprio Figlio deriso, schiaffeggiato, maltrattato dagli altri: Lui, che aveva fatto tanto bene, che predicava l'amore e che era il Figlio di Dio. Immaginatevi un vostro caro trattato così, subire ogni sorta di sofferenza da parte di mano d'uomo, senza poter fare nulla, senza poterlo difendere. Sentire i colpi della fustigazione, vedere il proprio Figlio ricoperto completamente di sangue, cadere sotto il peso della Croce, dirigersi verso la morte, faticando, tradito non solo da Giuda che lo aveva consegnato ai suoi aguzzini, ma anche dai suoi apostoli e discepoli. Immaginate lo strazio che può aver sentito la Madonna di fronte a queste sofferenze. Il suo sì, pronunciato all'Annunciazione, in quel momento divenne concreto in modo drammatico: il Messia veniva inchiodato da dei peccatori che pensavano di comandare Dio, di condannarlo a morte. Egli, in realtà, aveva scelto di consegnarsi nelle mani dei suoi aguzzini, perché, se avesse voluto, avrebbe potuto liberarsi con una sola Parola. Lui era il Verbo di Dio: una Sua Parola aveva curato molteplici malattie; una Sua Parola aveva cacciato il Male dalle anime; una Sua Parola aveva comandato agli agenti atmosferici di placarsi... e soprattutto, una Sua Parola aveva risuscitato Lazzaro.



La Sua Parola è vita, vita eterna. Bisogna crederci, come Maria ai piedi della Croce che ebbe il coraggio di stare là per amore, fino in fondo, sentendo nel suo cuore tutte le sofferenze del suo Figlio. Per questo motivo, Maria è a pieno titolo Corredentrice.

"Chi crede in me, non morirà in eterno" disse Gesù. Ed è proprio così, ciò che ci fa stare sulla nostra Croce o ai piedi della Croce altrui è la speranza, la fede nella vita eterna.

Anche noi dobbiamo STARE ai piedi della Croce dell'umanità, in primis di coloro che conosciamo, poi essere presenti ai vari calvari dell'umanità.

Quando Dio ci chiama ad accompagnare qualcuno a salire il Calvario, abbiamo questa fede: che qualunque cosa accada, siamo nelle mani di un Padre che ci ama e non lascerebbe mai e poi mai che ci capiti qualcosa di male. Abbiamo la fede nella vita eterna, che oltre questa terrena, ne esiste un'altra che non finirà mai e se il nostro caro si sta avviando verso quella VITA, lasciamolo andare, accompagniamolo dolcemente, attraverso la vera fede che non teme nulla, sebbene il cuore si schianti.

STIAMO sempre, come Maria, ai piedi della croce altrui.

sabato 31 maggio 2025

La vita

 Ho citato spesso nei post di questo blog quella frase densa di significato presa dal film "Forrest Gamp": <<La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita>>

Per chi non avesse mai visto Forrest Gump, il film tratta di un ragazzo con una disabilità intellettuale che riesce a farsi strada nel mondo sia a livello lavorativo che a livello sentimentale ed emozionale. Egli, infatti, affronta le sofferenze più inaudite con una limpidezza e forza d'animo ammirevoli. Non sto a raccontare tutta la trama perché non è lo scopo di questo post, ma vado al dunque della frase sopra citata. È la mamma di Forrest a cui lui era legato fortemente a pronunciare questa frase: ammalata di cancro, era sul letto di morte e cercava di guidare dolcemente, ancora una volta, suo figlio verso quell'inevitabile sofferenza. Fu così che Forrest affrontò il distacco della mamma che lo istruiva sul fatto che la vita era una cosa imprevedibile, dolce e amara nello stesso tempo, e che porta a compiere una vasta gamma di esperienze che servono tutte per il proprio bene personale. 

La vita è davvero imprevedibile: un momento prima tutto va bene, un istante dopo il mondo crolla e le certezze o presunte tali cadono rovinosamente creando un polverone attraverso il quale non si vede più nulla. Così la sofferenza fa capolino, prima toccando un campo, poi tutti gli altri: come la marea del mare lentamente copre la spiaggia nascondendo le pietre, gli scogli, così la tentazione, la sofferenza piano piano tocca tutti gli ambiti della vita: lavoro, famiglia, il proprio cammino spirituale, le relazioni interpersonali. 



Chi lo vive, lo percepisce proprio come un terremoto che sconvolge, che toglie la terra d'appoggio sotto i piedi. Allora si alza lo sguardo verso il Cielo e gli si domanda come mai sta accadendo tutto questo, cosa vuole dire. In un caos del genere è tremendamente difficile alzare gli occhi al cielo, ma la fede è come l'oro e si prova con il crogiuolo. La fede è una cosa preziosa e, con il passare del tempo, va purificata. 

In questo trambusto riscopri le persone a cui si ha sempre voluto bene, ma con le quali bisogna reimpostare il rapporto e crearlo più profondo, più unico. 

Si riscopre che il Padrone vero della vita è Dio, nessun altro e che, quando meno te lo aspetti, potrebbe chiamare davanti a Sé.

Si riscopre il valore dell'abbandono in Dio, perché ci si accorge che solamente Lui conosce il vero bene per quella vita.

Si riscopre la fede nella vita eterna: presi dal lavoro, dalle cose da fare, dal correre continuo, si perde il vero senso della vita: la vita eterna.

Noi tutti siamo in cammino verso la vita eterna, nessuno escluso. Non sta a noi sapere quanto tempo ci è concesso su questa terra perché non siamo noi i padroni della nostra vita e tutto ciò che ci accade non accade a caso, ma secondo un disegno divino dettato dall'amore. 

venerdì 18 aprile 2025

Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?

  Quante volte questa domanda ha echeggiato nel nostro spirito, così drammatica, così piena di significato, di sgomento assoluto...! "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

È un versetto di un salmo, è l'esclamazione di Gesù sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Quante volte ci siamo guardati attorno disperati, cercando un conforto, mentre il nostro spirito affondava, sempre di più, nella melma del dolore! 

Chiunque si è trovato in momenti di sofferenza profonda, momenti in cui il buio ha attraversato l'anima fin nella sua essenza, lasciandola in un deserto inanimato e avvolto da un silenzio sconvolgente, anche i santi. A volte la sofferenza piomba nella vita sconvolgendola, togliendoti certezze o creando grande insicurezza riguardo al futuro. 

In seguito, l'anima, sanguinante, alza gli occhi al cielo in cerca di un conforto, in cerca di quel Dio che spesso ha invocato e che in quel momento sembra totalmente assente... Non c'è più, non c'è nemmeno nel sussurro del vento: tutto attorno sembra spegnersi e lentamente svanire come un lumicino che perde piano piano il suo vigore: il fisico che sente che le forze lo stanno abbandonando; la gente che insulta, che storce le labbra e non comprende; un silenzio irreale che inghiotte tutto e le fauci del nulla lentamente ingoiano lo spirito e il corpo che gradatamente muoiono...

Ma ecco che Gesù alza lo sguardo in un ultimo abbraccio all'Umanità ferita: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". E dopo aver spirato, ecco un terremoto possente che fa fremere gli inferi. 

Quando tutto sembra perduto, nella sofferenza più profonda, nell'abbandono di tutto e di tutti, nella solitudine che urla più di ogni altra cosa la sua agonia, Gesù consegna il suo spirito al Padre. Giuda lo aveva consegnato agli uomini per ucciderlo e Gesù si consegna al Padre. È la Pasqua, è un passare da uno stato all'altro... e Dio richiude le acque del Mar Rosso travolgendo l'inferno e chi aveva voluto il male di Gesù, e lo Spirito del Suo diletto Figlio si ricongiunge finalmente a Lui, perché le scritture sono compiute, perché tutto ormai è completo.


Anche nella nostra esperienza, quando tutto sembra essere perduto, quando un terremoto scuote profondamente la nostra vita, e abbiamo il coraggio di consegnare il nostro spirito al Padre, il Mar Rosso si richiude e travolge le nostre paure, le nostre sofferenze e il nostro spirito si perde nel Padre.


"Padre, nelle tue mani affido il mio spirito".





sabato 15 marzo 2025

Isolamento

La parola "isolamento" sembra indicare qualcosa di brutto, ma dipende dalle motivazioni e dai criteri con cui si pratica.
Anche in alcune parti del Vangelo, si racconta che Gesù si apparta con i discepoli oppure da solo. Nella prima situazione raccoglie i discepoli per insegnargli qualcosa di importante che solamente loro possono apprendere, nella seconda si apparta per pregare. Gesù ha esigenza di "isolarsi" per pregare, perché in mezzo alla folla, al clamore della gente e delle cose da fare, deve ascoltare, deve riprendere il rapporto unico con il Padre. Questo è sicuramente un isolamento buono. 
Talvolta si deve scegliere anche tra le amicizie, fare una cernita, perché alcune non portano a nulla o addirittura al male: basti pensare agli adolescenti come si lascino trascinare a fare cose senza senso da compagnie sbagliate. Ciò vale anche per l'adulto: a volte ci sono rapporti inutili, che ci affossano, che non ci portano a nulla e allora, si fa bene a troncare.


Un rapporto è d'amicizia solamente se si coltiva ogni giorno, se anche dopo un periodo di separazione, quando ci si incontra nuovamente, è come se non si fosse interrotto nulla. Amicizia vuol dire cercare un contatto che vada oltre il saluto, non aver timore di farsi vedere come si è, perché l'amico non giudicherà mai il tuo operato, ma piuttosto, ti condurrà a quel bene che tu non vedi perché troppo coinvolto dagli eventi. 
Se mi isolo perché ho paura di farmi conoscere, di essere giudicato, di mettermi in gioco, vuol dire che qualcosa non quadra.

martedì 11 marzo 2025

I vari tipi di silenzi

 Siamo sempre di fretta, il lavoro ci assorbe e le cose da fare sono innumerevoli, per cui, spesso, non riusciamo a soffermarci a riflettere su noi stessi e immergerci nella presenza di Dio. Ci sono, poi, vari tipi di carattere: alcuni preferiscono stare insieme con gli altri, altri invece preferiscono la solitudine. Dio si manifesta nel silenzio, non nel baccano delle cose da fare o nel tumulto del cuore. 





Tante volte capita che la gente, pur essendo stremata, cerca di riempire i vuoti, non riesce a stare fermo, a non far nulla, perché ha timore che in quel silenzio possano emergere verità che sconcertano o percepire l'abisso del nulla, della mancanza di qualcosa, dell'insoddisfazione. La soddisfazione nel lavoro, se dipende molto dal parere altrui, è una soddisfazione fatua, non nasce dalla passione vera per ciò che facciamo. La soddisfazione deve permanere malgrado le altre persone non riconoscano il nostro operato. Spesso si dice che amare vuol dire rimanere. Già, perché non ci deve importare di ciò che pensano le altre persone, ma dobbiamo svolgere il nostro lavoro per amore: se andiamo in ricerca di qualcosa di sempre più grande, non siamo mai soddisfatti di ciò che abbiamo, vuol dire, in realtà, che siamo insoddisfatti di noi stessi, che non stiamo bene. Il silenzio, allora, ci fa paura, ci terrorizza, perché in quel silenzio possiamo trovare un abisso che potrebbe inghiottirci, un abisso in cui ritroviamo le domande più importanti della vita soffocate dal baccano del nostro vivere, del nostro fare...

Se, invece, sappiamo stare in silenzio e in esso troviamo la pace, siamo nella strada giusta. Tale silenzio deve portarci poi a saper stare con tutti, anche con coloro che ci rendono la vita difficile. Solamente allora capiremo che proprio in quel silenzio calato nel nostro cuore, era presente Dio.

giovedì 6 febbraio 2025

L'essenziale

 La vita è davvero dura, per tutti. Ognuno dovrebbe prepararsi ad essa, predisponendo la propria mente a dire tanti addi. Questi vanno dalle cose terrene, astratte e concrete, alle persone. Ecco il distacco che Gesù chiede ai discepoli. Il distacco non è fine a se stesso, ma è per attaccare il cuore alle cose che contano, cioè al Paradiso, a Dio. C'è un distacco ancora più forte, determinato da un amore senza confini, ovvero desiderare di essere abbandonato da Dio, anatema, per dare la possibilità ad altri fratelli di sperimentare la fede.  


Allora, per arrivare a questo traguardo, bisogna puntare all'essenziale, ad avere il nostro tesoro nei cieli. Non ci sarà alcun addio che ci distoglierà da Cristo, dalla gioia, perché il nostro cuore abiterà già in Cielo!

lunedì 3 febbraio 2025

L'indemoniato di Gerasa

 I Vangeli raccontano via via il grande potere di Gesù sul Creato, in modo da testimoniare che davvero Lui è il Cristo, ovvero il Figlio di Dio.



Sabato Gesù è alle prese con gli elementi metereologici: seda la tempesta e riporta la tranquillità, regalando agli apostoli la salvezza fisica. Oggi, Gesù ha a che fare con il demonio, con lo spirito del male. L'indemoniato non è posseduto da un solo spirito, ma da una legione, un gruppo di demoni che lo ha rovinato. Di fatto lo ha tolto dalla sua vita ordinaria condannandolo alla solitudine, all'incapacità di relazionarsi con se stesso e con gli altri. La sua condizione lo spinge a vivere lontano dagli altri che hanno terrore di lui, niente gli dona tranquillità. Gesù non aspetta richieste e suppliche e comincia a scacciare il male che è in quel povero uomo. Il demonio lo ferma con suppliche. Lo riconosce come Figlio di Dio. Questo fa pensare alla qualità della nostra professione di fede, che non deve essere solamente a parole, ma deve coinvolgere la vita in modo completo, sia il rapporto con Dio, con se stessi e con il prossimo. 

Solamente Gesù ridona completamente la vita a quell'uomo, liberandolo dai demoni e restituendolo alla quotidianità guarito, riconoscente, con il desiderio di annunciare ciò che Dio ha fatto per lui. 

Il Vangelo non spiega il motivo per cui i demoni chiedono di entrare nel corpo dei porci, ma basta meditare che per gli Ebrei i porci, insieme ai cani, erano considerati animali impuri e rappresentavano quanto di più ripugnante si potesse incontrare...

domenica 2 febbraio 2025

Società virtuale

 A volte è opportuno fermarsi a riflettere su dove sta andando il mondo, perché in esso viviamo. Ricordo che tanto tempo fa, quando ero molto giovane, non mi piaceva assolutamente la mentalità del mondo, la vomitavo letteralmente. Come cristiani, però, siamo chiamati a vivere questo tempo che Dio ci ha dato. Ogni epoca ha le sue caratteristiche, sia belle che brutte e la nostra sta prendendo una strada che stupisce, che interroga.



Internet e i mezzi di comunicazione sono strumenti che possono essere usati in modo negativo o positivo. In sé non hanno nulla di cattivo, è l'uso che se ne fa che determina l'impatto sociale. 

Nell'era della Comunicazione, siamo sempre più distanti gli uni dagli altri, preferiamo i rapporti virtuali a quelli reali perché rapportarsi con gli altri suscita inevitabilmente sofferenza o comunque fatica... fatica a comprendersi, a stare insieme, ad accettarsi. Nell'era in cui si parla maggiormente di inclusione, spesso e volentieri ci siamo persi in un buonismo decadente, perdendo così il vero significato di amare tutti e della carità cristiana. Peggio ancora, non riusciamo a sopportare le semplici differenze dell'altro che esistono, ma solamente con il nostro impegno possono diventare un arricchimento. 

E così, nell'era della pretesa dell'uguaglianza, assistiamo a una scristianizzazione della società: si accettano idee contro la vita, ma non si accetta chi la pensa in senso cattolico e cristiano che viene puntualmente emarginato, messo da parte, escluso.

E così, si assistono a matrimoni con se stessi (un tale si è vestito metà da donna e metà da uomo), con pupazzi e con intelligenze artificiali. 

È una società che fugge da se stessa, che ripugna l'Umanità stessa, sempre più virtuale, ricercante disperatamente soluzioni nel benessere che non l'appaga più.

Il vero coraggio e forza

 Ieri, navigando tra i real, mi sono imbattuta in una testimonianza veramente commovente di un bambino ammalato di cancro. Era un ragazzino americano e un giornalista lo stava intervistando. Il bambino ha affermato che si sentiva scelto da Dio per soffrire ed era contento che le sue sorelle e i suoi fratelli non passassero per il suo stesso patire. Ciò che davvero mi ha colpito è la sua affermazione di sentirsi onorato per essere stato scelto da Dio a soffrire e che era veramente contento.



A volte si misura la forza di una persona dal fisico, ma c'è un'altra forza, sicuramente più importante di tutte, quella che aiuta ad accettare la sofferenza nella vita. Quando la malattia bussa alla porta della nostra vita, vuole dirci qualcosa, vuole insegnarci qualcosa. Dio ci chiama a qualcosa di grande, perché di solito la malattia non colpisce solamente il fisico, ma coinvolge anche l'anima e la psiche, soprattutto quando ciò avviene quando si è piccoli. La malattia, soprattutto se cronica, insegna giorno per giorno a spogliarsi di sé, a sentire tanti no, a vedere i propri progetti sgretolarsi lentamente, ad affrontare tanti pregiudizi, ma anche incomprensioni. Ti senti senza forze e gli altri ti giudicano senza sapere che la malattia è come un vestito personale, fatto su misura. Quello è l'abito che devi indossare tu, a nessun altro va bene, sebbene altri siano chiamati a soffrire della stessa malattia. 

In un mondo sempre più materiale che tende a scartare chi non produce (a volte anche nell'ambito delle comunità religiose), la sofferenza è proprio quella che lo redimerà, ovviamente quella accettata con amore e generosità... ma veramente, dal profondo del proprio cuore. Di fronte a quest'affermazione, spesso, soprattutto chi è avvezzo alla vita spirituale, pensa che l'accettazione volenterosa della sofferenza debba avvenire immediatamente per diventare santi, invece non è così. Se leggiamo le storie dei santi, soprattutto dei santi più recenti, notiamo spesso che le testimonianze di chi li ha conosciuti, affermano che inizialmente la persona si è ribellata alla malattia, ma poi, è stata considerata come una benedizione. Questa è la vera santità, perché richiede davvero sforzo, coraggio, non quando si accetta la sofferenza semplicemente per farsi vedere santo... o sì, perché può capitare anche questo.