domenica 24 maggio 2026

Lo Spirito Santo

Lo Spirito Santo è Dio: è l'amore che lega Gesù al Padre e noi a Gesù e al Padre. Spesso si è detto di Lui che è il gran dimenticato e, in effetti, è proprio così, eppure è Colui che ci lega e ci permette di avere un rapporto con il Divino. È Colui che ci fa comprendere le parole di Dio e quindi ci dà la forza e il coraggio di vivere il suo messaggio. 
     

Oggi, come non mai, abbiamo bisogno del Suo aiuto per non rimanere travolti dalle numerose ideologie religiose. Gesù disse di pregare umilmente e saremo esauditi. Il segreto è tutto qui: mettersi in ascolto della volontà di Dio, premettendo che la logica del Padre non è la nostra e spesso ci risulta incomprensibile, ci assorba.
Ci lamentiamo della lontananza di Dio, ma poi siamo noi a scacciarlo dalle nostre aule e dai nostri ospedali, dalla nostra mente quando chiede cose che secondo noi sono contrarie alla nostra libertà. Dopo aver fatto tutto questo, aver allontanato il Vangelo e affossato ciò che ci comanda Gesù, ci chiediamo dov'è e perché non ci parla. Vogliamo il suo aiuto solamente quando ci troviamo in difficoltà e se non lo fa ci rivoltiamo contro... e se ci chiede di mettere in gioco tutta la nostra esistenza e il nostro modo di pensare, ci giriamo dall'altra parte, senza battere ciglio.  

venerdì 1 maggio 2026

La sofferenza di Dio

La sofferenza di Dio, quella di Gesù nei confronti dell'umanità, si genera quando l'uomo e la donna sono lontani da Dio. È una sofferenza profonda che si presenta quando si percepisce un'offesa nei confronti di Dio o il pericolo della salvezza di quell'anima. Il cuore soffre. Anche nei propri confronti il pentimento e la sofferenza devono scaturire da questo, cioè dall'aver offeso Dio. 

È la sofferenza di Gesù nell'orto del Getsemani, nel momento in cui Gesù vede il pericolo dell'Uomo di dannarsi e le grandi offese arrecate a Dio Padre. È la sofferenza che salva, che induce la persona a offrire la propria sofferenza per le anime, come fece Gesù durante la sua vita, passione, morte e Risurrezione. 

domenica 5 aprile 2026

Risurrezione

 Sarebbe bello riflettere sulla propria fede nella Risurrezione.  È proprio lì il punto focale della nostra fede cristiana, non è altro: è credere che il Messia sia morto e Risuscitato. 

Qual è il nostro rapporto con la morte? Quale valore diamo alla nostra vita,  alla vita degli altri, alla vita in generale? Il fulcro della nostra serenità è il nostro rapporto con la morte. Non vuol dire non avere paura, ma avere chiaro  il significato che diamo ad essa. La morte rimane per tutti un salto nel buio, ma chi ha fede crede fortemente che Dio lo prenderà prima che cada nel baratro. Il problema rimane come noi viviamo: se stabiliamo una vera connessione con Dio, il nostro modo di vivere prenderà una piega particolare e, sicuramente,  più serena. Non si commetteranno più certe cose, si avrà una sensibilità diversa e la fede cambierà completamente la vita. La morte diventa un passaggio: possiamo avere tante persone accanto al momento della morte, ma quel determinato passo dobbiamo farlo noi, da soli. Se abbiamo vissuto una vita cristiana autentica, seppur segnata dalla debolezza, non avremo paura dello sguardo di Dio, non ci allontaneremo mai da Lui, perché non proveremo vergogna e andremo a purificarci per vederlo senza ombre o macchie o andremo direttamente da Lui.


 

Questo concetto non è difficile da capire: quando ci isoliamo e non frequentiamo le altre persone, è perché siamo affetti da una forte ansia sociale, pensiamo di non essere in grado di affrontare o di costruire rapporti umani, abbiamo il terrore che gli altri possano giudicarci o non ritenerci degni di loro, di mostrare le nostre fragilità (inevitabili). Così accade al momento della morte: secondo quanto conosciamo Dio, se non ci sentiamo all'altezza, ci allontaniamo da Lui perché abbiamo paura! I nostri peccati tornano a galla e si palesano in tutta la loro virulenza e capiamo che non possiamo  corrergli incontro perché non lo meritiamo... così ci allontaniamo,  fuggiamo.

Dio è pace, gioia, nonostante le nostre fragilità. Chi vive nella tristezza è perché non si è mai aperto davvero alla presenza di Dio e si perde la bellezza della Vita stessa che è rischio, ma è anche bellissima tanto quanto decideremo di viverla in modo totale, accettando tutti i rischi che essa comporta.

domenica 1 marzo 2026

Noi, dispersi nel mondo

Tempi di smarrimento, tempi di sofferenza, tempi di inquietudine, tempi di ateismo, tempi di insicurezza, tempi di liquidità sociale... insomma i nostri tempi. Alzi la mano chi di noi non si guarda attonito,  incapace di trovare un senso o di provare inquietudine e un po' di smarrimento! Se riflettiamo sul tempo presente ci accorgiamo subito della sua emergente complessità e facciamo fatica a tenerci a galla in mezzo ai marosi della tempesta che potrebbe travolgerci. Tante ideologie, tanti pensieri contrastanti, tanti punti di vista potrebbero portare davvero il nostro cuore a smarrirci. Al contrario non arrocchiamoci nelle nostre ideologie per timore che il pensiero altrui possa travolgere le nostre certezze, ma mettiamoci umilmente in ascolto di ciò che Dio ci dice. Dio parla attraverso la Parola della Bibbia e ancor meglio nel Vangelo e in ciò dobbiamo rimanere ancorati a tutti i costi. L'atteggiamento di alcuni è proprio quello di aver paura di perdere la propria identità nazionale e cristiana. Non è una paura infondata. Guardiamo alla vita personale. Una persona che non conosce le proprie origini e quindi la propria identità ha problemi con se stessa e nelle relazioni interpersonali. È importante quindi identificarsi in un preciso gruppo e rimanere "ancorato" in quello. Esso parla di noi, della parte più profonda di noi stessi. Dobbiamo essenzialmente aver chiaro chi siamo, ma anche dove andiamo. 


A volte si rischia di scusare qualsiasi atteggiamento, pur essendo gravissimo. Un tempo Sant'Agostino aveva detto: "Bisogna condannare il peccato, non il peccatore". La differenza sostanziale del vero cristiano è qui: il peccato va condannato e abbiamo assolutamente avere in mente ciò che è tendenzialmente il peccato, anche per dirigere bene la nostra condotta, ma non la persona che pecca. Lei deve avere sempre una possibilità sebbene abbia commesso tanta crudeltà... e bisogna che anche il peccatore prenda coscienza che ciò che ha fatto è veramente grave, per non commetterlo più e quindi salvarsi. Non è tutto relativo: il peccato rimane peccato. Quindi siamo fermi nella nostra fede e non accettiamo altre ideologie in nome di una tolleranza che tolleranza non è. Cristo è lo stesso ieri, oggi, sempre.

mercoledì 18 febbraio 2026

Quaresima, dove tutto ha inizio

 Quando dobbiamo affrontare qualcosa d'importante, abbiamo bisogno di concentrarci, di raccogliere le nostre idee per essere pronti per l'evento. Anche la Chiesa, che conosce il cuore dell'umanità, ha stabilito dei tempi speciali per ricordare e meditare sui cardini della fede cattolica. La Quaresima è il momento per eccellenza che ci dovrebbe preparare al meglio per la solennità della Pasqua. È il momento propizio per riflettere sul motivo per cui crediamo e se davvero crediamo. Nella Messa si commemora la passione e la morte di Gesù Cristo: la Quaresima è un tempo dilatato che ci consente di prepararci a meditare e fare veramente nostro ogni singolo momento della vita di Gesù che ha portato alla nostra salvezza. Se pensiamo di aver capito tutto della Sua vita, ci sbagliamo. Nella morte e Risurrezione Egli ci spiega il senso intrinseco della nostra vita. La nostra meditazione deve cominciare dalla Sua costanza nel predicare il Vangelo. Aveva tutti contro, soprattutto chi si proclamava religioso ed era a capo della società ebraica del tempo che era Teocratica e sotto il dominio dell'Impero Romano. Gesù sfidò la mentalità dei religiosi del tempo che predicavano una perfezione esterna, un legame con un Dio che premiava solamente chi seguiva alla lettera le innumerevoli leggi e tradizioni da loro imposte. A determinare tale tipo di religiosità era il fatto che gli Ebrei erano un popolo spesso sottomesso, deportato, soggetto alla diaspora e, di conseguenza,  l'esigenza più urgente rimaneva quella di ricordare le proprie origini per non smarrirsi.  Non so se sia stato l'attaccamento alle proprie tradizioni a far sì che gli Ebrei conservassero la loro religiosità e quindi perpetuato l'attesa del Messia... fatto sta che proprio quando gli Ebrei cercavano disperatamente di mantenere le proprie origini sotto un dominio romano che tollerava la varietà di Credo, nacque il Messia che predicava un Regno che non

apparteneva a questo mondo e nello stesso tempo rivoluzionava la mentalità ebraica che attendeva una liberazione dal punto di vista politico. L'ansia della liberazione del popolo ebraico è da capire: sempre vissuto sotto la dominazione di altre potenze, anelava alla libertà.  Quando Gesù si proclamò Messia, la delusione fu immensa: la libertà che Egli proclamava era spirituale e anziché aiutare a dare forza militare a un popolo vessato, invitava a porgere l'altra guancia davanti al nemico. Solamente chi lo seguiva da vicino sentiva che quell'Uomo predicava qualcosa di profondo che non capivano, ma che li attirava profondamente.  Egli solo poteva rispondere ai grandi interrogativi del proprio cuore. Sicuramente attendevano un colpo di scena finale che sarebbe sfociato con la liberazione politica del Popolo, ma si erano lasciati guidare dalle sue Parole e solamente al momento della Risurrezione, hanno davvero capito che ciò che la prigione che li teneva incatenati, non era i Popoli che li opprimevano politicamente,  ma il peccato. Quando ricevettero lo Spirito Santo capirono la portata della predicazione di Gesù e che erano stati davvero liberati, ma non nel senso che intendevano loro. 
L'atteggiamento dei Farisei e Sadducei era da comprendere, ma avevano sbagliato davvero bersaglio e modalità di approcciarsi a Dio. Gesù predicò un Dio che non era contabile, ma un Padre che amava, che perdonava... il legame dell'umanità con Dio non era decretato dalle varie tradizioni,  ma dall'amore verso Dio e i fratelli. La sostanza della religiosità è questa ed è quella che la Quaresima ci insegna.

martedì 13 gennaio 2026

La fede

 La fede è un dono, come spesso è stato detto. Dio, però, è sempre in ricerca delle anime e si fa sentire solamente da quelle che lo cercano realmente. Altrimenti, se non fosse così, la fede sarebbe una cosa di élite, riservata a pochi. Non è così. La disposizione del nostro cuore fa la differenza, non dipende dai peccati che facciamo: troviamo Dio se davvero vogliamo trovarlo, se ci spogliamo delle nostre resistenze e del nostro Io... e soprattutto se siamo disposti a cambiare veramente vita. Il giovane ricco fu chiamato a una vita di santità, ma rifiutò perché aveva il cuore attaccato al denaro. Possiamo non essere attaccati al denaro, ma al nostro io, ai beni interiori, alla nostra mentalità, alla nostra durezza di cuore e alla nostra infelicità. 



Ricordiamo l'esperienza di Zaccheo. Zaccheo non conosceva Gesù, ma fece di tutto per poterlo vedere: si arrampicò su un sicomoro e fu allora che l'attenzione di Gesù fu attirata in modo definitivo: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua!".

L'evangelista sottolinea che era capo dei pubblicani e ricco, una combo incredibile visto che era ricco e pubblicano cioè un peccatore rinomato. I pubblicani, infatti speculavano sulla gente, esigevano tributi ed erano attaccati al denaro. Ciò che importava a Gesù era la disposizione del cuore: Zaccheo, nel suo peccato, cercava veramente Gesù, non era lì per curiosità, era davvero affascinato e, soprattutto, era disposto a cambiare vita.

martedì 6 gennaio 2026

Una grandissima gioia

 "E al vedere la stella, provarono una grandissima gioia". Così i Magi vengono guidati dalla stella e quella stella donava al loro cuore una gioia indicibile. Si fidarono di quella stella che li portava ad adorare un re, non avevano timore come Erode che quel Re fosse più potente di loro, perché i loro cuori erano in ricerca sincera della Verità. La ricerca di Dio, il desiderio di trovarlo non possono che provocare gioia. Tutto ciò che non dà gioia, non viene da Dio. 



Così, i Magi si misero in cammino, perché sapevano che ne valeva la pena, che bisognava rischiare, che c'era qualcosa di grande che stava per accadere. Dopo il loro viaggio incontrarono il Signore, così com'era, non come avrebbero voluto che fosse: piccolo, nudo, piangente, assonnato... 

Anche noi, nella nostra piccolezza, dobbiamo diventare stelle che guidano gli altri verso il Signore e, come i Magi, non aspettarci un Dio diverso, potente, imbattibile, che fa solamente miracoli, incontriamo Dio così com'è, nascosto nella quotidianità che a volte pesa tantissimo, nascosto in quella persona che ci chiede tanto, nascosto in quella fatica fisica che ci impedisce di vedere oltre...

giovedì 25 dicembre 2025

Finalmente Natale

 Natale del Signore... Il Natale è una festa religiosa, seppur tanti la identifichino in modo generico come la notte dei miracoli, dell'impossibile che di diventa possibile, il periodo in cui si festeggia l'entrata dell'inverno. Tanti si giustificano che il Natale era una festa pagana e per questo motivo vedi che ogni casa sfoggia addobbi e luci meravigliose, si scambiano regali e così via. In realtà, al giorno d'oggi, la festa del Natale spogliata della sua religiosità diventa senza senso. Il Natale è magico perché un Dio onnipotente si è fatto uomo per redimerci. Se non fosse stato folle d'amore, non avrebbe donato la propria vita per qualcuno che si sarebbe rivelato ingrato, cattivo... Eppure Dio, pur sapendo che sarebbe stato tradito anche in futuro, pur sapendo che gli uomini del futuro lo avrebbero deriso, rifiutato, lui ha pensato che ne valesse davvero la pena prendere un corpo per redimere l'umanità. Per Lui una sola persona che lo adora è una conquista e, nel silenzio, continua a lavorare conquistando comunque delle anime che gli rendono gloria.



È giusto che in questo giorno i cristiani si scambino i regali, anche se la società di oggi ha reso il Natale solamente un evento commerciale. Il nostro scambio di regali diventa differente solamente se parte dal di dentro, se cerca il significato profondo di questo gesto: "ti offro questo dono perché è un segno del mio affetto, perché ho trovato il tempo per pensarti e perché in quel semplice oggetto ho cercato la tua felicità... e perché come Dio si è donato a noi, anch'io dono un pezzo di me a te."

domenica 30 novembre 2025

Avvento

 Ogni anno ci ritroviamo a vivere le cosiddette feste comandate: Pasqua, Natale. La Chiesa è sapiente e sa bene che per comprendere un mistero della vita di Gesù che ha un'incidenza importante nella nostra vita, abbiamo bisogno di riviverlo e approfondirlo ogni anno... e, direi, non basta nemmeno. Qui conosciamo e vediamo tutto attraverso il velo della fede. Abbiamo inoltre bisogno di prepararci alle varie solennità che ci ricordano una verità fondamentale della nostra fede. Nel caso di Pasqua e di Natale, non bastano le novene, ma c'è un tempo apposta più o meno lungo, dedicato alla preparazione. Per la Pasqua è la Quaresima e per il Natale è l'Avvento. In questo caso, visto che ci riguarda più da vicino nel tempo, soffermiamoci sull'Avvento. L'etimologia della parola ci ricorda che andiamo verso un arrivo, in questo caso è quello del Signore. Il Natale ci riporta al momento della nascita di Gesù e non importa che un tempo questa festività era pagana e dedicata all'arrivo della luce dopo un tempo di buio o che festeggiasse l'inverno o chicchessia. Oltre a festeggiare la nascita di Gesù, potremmo pensare alla venuta ultima del Salvatore, quando ci chiamerà alla vita vera con Lui, alla vita eterna. Per entrare sempre di più nel mistero della vita di Cristo, dobbiamo prepararci, lasciare tutto ciò che è di peso e ci intralcia nella nostra vita quotidiana e, poi, renderci capaci di incarnare il mistero del Natale. Gesù, durante la sua vita terrena, ci aveva ordinato di imitarlo, di diventare come Lui. Durante l'Avvento dovremmo sentire la gioia dell'amore di Dio che ha scelto di lasciare il cielo per venire a redimerci con la sua vita, morte e resurrezione. Quale grande amore ci ha dato, ci ha mostrato! È l'amore di Dio che s'inchina nuovamente sull'uomo, che redige la Nuova Alleanza firmata con il sangue non di capri e agnelli, ma con il Suo stesso sangue... è l'amore di Dio che dice all'uomo che è possibile ripristinare l'amicizia, riconquistare la pace... e noi, assassini, adulteri, immersi nel peccato, meritevoli d'ira, siamo stati oggetto dell'amore infinito di Dio che ci ha accolti nuovamente nel suo Giardino, non quello terrestre, ma quello infinito, della vita eterna. 



La buona notizia è che Dio ci ama nonostante siamo dei grandi peccatori, immersi nelle nostre tenebre e solamente nel suo immenso amore e non per i nostri meriti, ci ha visti degni di redenzione. Non dobbiamo quindi scoraggiarci se, guardandoci allo specchio, ritrovandoci nella nostra melma, siamo sempre più peccatori! L'amore di Dio è immenso e ci ama così come siamo e per noi ha lasciato il cielo per condividere con noi le fatiche, le sofferenze e le gioie della terra e redimerci...

Aspettiamo con gioia l'arrivo del Signore, è Lui il nostro Capo e Padre che ci guiderà alla salvezza eterna!

sabato 15 novembre 2025

Differenza tra bene e male

 Questa società è piena di contraddizioni. Attualmente sembra muoversi verso l'inclusività ed è una cosa buona, anzi buonissima, sennonché l' abbiamo confusa per "buonismo". Il termine "buonismo" è entrato prepotentemente nel nostro vocabolario, proprio per la corrente di pensiero che si sta imponendo e indica che ogni pensiero va bene... che tutto va bene... ma, facendo così, abbiamo cucinato un bel minestrone, a volte palesando insofferenza verso l'opinione altrui e cadendo così in contraddizione. 

Affrontando un discorso religioso, dobbiamo tornare al racconto biblico del peccato originale. L'uomo e la donna vivevano nell'Eden, nel paradiso terrestre, nell'armonia della piena comunione con Dio, ma, poiché l'uomo era creatura di Dio, la tentazione s'insinuò fino ad avere il sopravvento su di loro. Nella Bibbia si racconta che si cibarono del frutto che Dio aveva proibito loro di mangiare. Dapprima l'umanità obbedì a Dio perché si fidava del suo amore, ma poi, entrò in dialogo con la tentazione che insinuò il dubbio nel cuore di Adamo ed Eva. Fece apparire piacevole e ricco di bene ciò che Dio aveva proibito loro e, in un secondo tempo, dialogando con loro, li fece ragionare sul fatto che Dio non voleva che si cibassero di quel frutto perché non voleva che diventassero potenti come Lui. La competizione entra nel cuore della donna e dell'uomo: sospettano di Dio, pensano che Lui voglia dominarli, che non voglia loro bene. Il desiderio di essere come Dio diventa prepotente e così il rapporto dell'Umanità con il Creatore si rompe.  Dopo che mangiarono del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, "si aprirono loro gli occhi e scoprirono di essere nudi." Allora sentirono l'esigenza di coprirsi, perché si vergognavano della loro miseria, capirono in un istante di essere inferiori a Dio e non si sentirono più degni di stare alla Sua Presenza. Quando si spezza un rapporto di fiducia e si sente la vergogna, l'unica soluzione possibile, appariscente, evidente, è quella di allontanarsi da chi ci si sente inferiori e ci suscita vergogna, in questo caso da Dio. Dio caccia malamente l'uomo e la donna dal paradiso terrestre, proferendo una maledizione. Da qui il rapporto tra l'Uomo e Dio si rovina. L'uomo continua a cercare Dio, ma prova la fatica della relazione con Dio e passa attraverso momenti di fede e momenti di dubbio. Non riesce più a vederlo come prima, ad avere con Lui un rapporto di fiducia: dubita, pensa che il suo progetto sia migliore di quello del Padre celeste. Di conseguenza (la Bibbia lo racconta bene) anche i rapporti fra gli uomini subiscono una trasformazione. Il desiderio di supremazia, la competizione prendono sempre di più il sopravvento e dispongono il cuore degli uomini a farsi male fra di loro, addirittura tra fratelli. Basta pensare alla storia di Caino e Abele. Il cuore di Caino è preso dalla competizione verso il fratello minore e quindi è talmente  divorato dalla gelosia che arriva ad uccidere Abele, il proprio fratello minore. Si può uccidere in vari modi, non solamente togliendo la vita biologica. Infatti, il comandamento di "non uccidere" viene esplicato da Gesù in modo molto più ampio. L'amore inizia dalle piccole cose e ogni sentimento di gelosia e di competizione consuma profondamente il cuore dell'uomo e lo dispone a fare del male, a perdere la propria relazione con Dio e... alla fine anche a perdere la propria serenità, perché non sa vivere in pace, non accetta di essere inferiore agli altri, di essere messo da parte, ma nella vita è inevitabile. Questo succede anche senza volere. 



La conoscenza del bene e del male ci ha allontanato da Dio e, nello stesso tempo, avere fede non ci esime dal cadere e dal compiere il peccato. Siamo fragili e il rapporto con Dio è soggetto ad alti e bassi. La Chiesa è composta da uomini e donne fragili che cercano di compiere la volontà di Dio, ma che spesso si ritrovano a esclamare come san Paolo: "faccio il male che non voglio e non il bene che desidero". Avere però il cuore lontano da Dio lo espone ad essere vittima delle tempeste della vita e ad essere soffocato dalle onde del peccato. Per affrontare la tempesta, bisogna avere il coraggio di andare con la nostra barchetta nel mare aperto; la nostra barchetta è piccola, fragile, ma in essa deve esserci assolutamente Gesù, anche se dorme. Dobbiamo entrare nel mare aperto, con le nostre paure, con il nostro grido e paura di essere abbandonati da Lui che dorme, che sta in silenzio, che sembra ignaro o indifferente alla nostra sofferenza, dobbiamo attraversare la tempesta. Il demonio desidera proprio che ci perdiamo nelle sofferenze e nelle difficoltà della vita. Molto spesso è lui stesso che causa e alimenta alcune depressioni, perché, facendo così, sa di rendere l'uomo incapace di alzare lo sguardo, sa di insinuare prepotentemente quel dubbio che lacera definitivamente il rapporto con Dio. Dove c'è Dio. c'è gioia, anche in mezzo alla sofferenza e alle prove.