lunedì 10 agosto 2026

Schieramenti

Basta frequentare un po' i social e ci si accorge subito che sotto a un post i commenti si dividono in schieramenti. I social permettono di dire la propria attraverso uno schermo, sembra quasi di non avere costrizioni. 
Talune persone si sentono più libere... ma la cosa interessante, è vedere come la gente si schiera nei vari argomenti di politica, di spiritualità, di religione: non lasciano spazio alla comprensione, non vogliono avere uno sguardo critico sano. Avere uno sguardo critico, non significa scagliarsi contro gli altri e sostenere la propria idea ad oltranza. Al contrario, significa avere un proprio giudizio riconoscendo le difficoltà reali che ci sono ed essere pronti a capire il punto di vista dell'altro. 
Constato che i social, proprio perché le persone hanno meno freni, fomentano l'odio, aumentano la faziosità. I social potrebbero fare tanto bene, ma anche per questo bisogna avere tanta capacità di giudizio critico. Nelle Indicazioni Nazionali della scuola, avere uno spirito critico è uno degli obiettivi fondamentali per la formazione dell'individuo... e avevano visto lontano... perché se tu entri nei social e fanno una fotografia a un pavimento che è sporco, stai pur sicuro che troverai qualcuno che dice che è pulito. Sarebbe bello in tutti i campi fare trasparenza, riconoscere le fragilità effettive che esistono, perché solamente così,  si cresce davvero: in politica si cerca il vero bene di un Paese, in spiritualità si prende il bello degli altri e ci si arricchisce, negli hobby si possono scoprire mondi non conosciuti che ci permettono di allargare i nostri orizzonti.

Bello? Brutto?

"La vita è il tempo prezioso che abbiamo prima della fine". 
Ogni respiro, ogni attimo sono importanti. A volte ci perdiamo in una goccia d'acqua, siamo abituati a notare il puntino nero sulla parete interamente bianca. Come ho spesso detto, la vita dipende molto da cosa pensiamo della morte e che cosa essa è per noi. 
Se la morte è un passaggio attraverso una porta stretta verso l'eternità, il nostro modo di vivere assumerà colorazioni vivaci, si tingerà di stupore e non si arrenderà davanti alle difficoltà. In ogni avvenimento c'è la parte positiva, talvolta ci vuole impegno per trovarla, ma non per questo toglie sapore alla vita. Ci lamentiamo troppo, siamo troppo abituati a vedere ciò che ci manca, che non ci accorgiamo di quel tanto che abbiamo. È vero che la nostra felicità non deve assolutamente dipendere dal vedere che abbiamo di più degli altri, ma riconoscere ciò che abbiamo dispone il cuore alla gratitudine e si apre alla gioia. Un cuore triste si ripiega su di sé. Un cuore grato si apre al dono di sé e alla gioia.... e la gioia, lo dice anche la scienza, ci migliora.

martedì 4 agosto 2026

Perdono o... condono?

Domenica scorsa, 2 agosto, era dedicata al Perdono di Assisi: si poteva lucrare l'indulgenza plenaria applicabile ai vivi e ai defunti. Ma cosa vuol dire perdono? La lingua italiana è molto fine quanto complicata quando si tratta di grammatica e di uso dei termini. Mentre nelle altre lingue spesso un solo termine esprime tante cose, in italiano ci sono tante parole simili, ma con significato e sfumature leggermente diversi. Immaginate che un giorno decidiate di andare a confessarvi e nella formula finale il sacerdote dicesse:  «Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il CONDONO(perdono) e la pace.E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.>> 😬
Perché ho detto questo? Perché le parole hanno un significato efficace nella religione, nel rapporto con Dio. Gesù stesso disse infatti: il vostro parlare sia sì o no, il di più viene dal maligno.







 Il sostantivo "perdono" ha una particolare etimologia: "donare" che vuol dire concedere, donare, preceduto dal prefisso "pre" che funge da rafforzativo. Il significato letterale della parola è quindi donare completamente. Capiamo bene perciò la differenza tra perdono e condono. Il condono ha il compito semplicemente di regolarizzare una situazione irregolare in modo formale. Vedete bene che cambia la situazione molto. Il perdono coinvolge tutta la persona nella sua affettività e punta a ricostruire una relazione o trovare pace personale. Se dopo aver concesso il nostro perdono a qualcuno che ci ha fatto del male, continuassimo a covare rancore e a vendicarci, capite bene che qualcosa non tornerebbe. Il perdono sarebbe totale, quando è possibile e non pericoloso, se dopo aver accolto nuovamente il fratello o sorella che ha sbagliato, puntiamo a ricostruire il rapporto, la relazione. Ci sono tanti casi e bisogna avere prudenza, purtroppo non tutti i rapporti possono tornare come prima, ma fondamentalmente dare il perdono a qualcuno significa questo, altrimenti non sarebbe un dono totale.
Dall'altra parte c'è la persona che riconosce di aver sbagliato e domanda il perdono. Senza questo non può esserci perdono. È la nostra condizione davanti a Dio: sbagliamo sempre, siamo sempre debitori davanti a Dio... e com'è bello sentire le parole del sacerdote che ci assolvono, ci sciolgono, ci rendono nuovamente liberi dai peccati! Come dovremmo essere felici! Tutto ciò che ci tiene bloccati è originato dal peccato che di per sé è una cosa brutta, bruttissima, ma a volte ci permette di vedere la nostra fragilità e di immergerci nella grandezza di Dio.

lunedì 3 agosto 2026

Camminare con Cristo

Dopo aver sfamato la folla, Gesù costrinse i suoi discepoli a precederlo sull'altra riva. Gesù salì sul monte a pregare. Giovanni era stato ucciso perché aveva detto la verità e cioè sottolineava che l'unione di Erode con  Erodiade era illegittima, non secondo la volontà di Dio. Per tale motivo fu giustiziato: per Erodiade era un ostacolo. Giovanni Battista era il precursore, testimoniò  Gesù con la sua morte... già, perché spesso Gesù si proclamava come la Via la Verità e la Vita. Gesù soffriva anche come uomo e, sicuramente, soffrì anche per la morte di Giovanni. Gesù intrecciava relazioni profonde, dimostrando così che Dio entra nella storia, s'interessa della sorte dell'uomo e desidera dall'umanità la stessa cosa. Inutile dire che dietro a queste relazioni, al rivelarsi così come si è, c'è il rischio concreto di non essere compreso, di essere messo da parte. Gesù ha però testimoniato che ne vale la pena, che non si può vivere come isole, ma che ci si deve buttare nella mischia, che bisogna rischiare. Dobbiamo buttarci  nella mischia per dividere e condividere il pane; dobbiamo buttarci nella mischia con il rischio di perdere la vita, altrimenti la nostra vita non è vita donata, ma è vita conservata... e si vivacchia cercando di non soffrire, evitando ogni cosa che possa suscitare sofferenza. Vivere così, non fa gustare il gusto pieno della vita, ci si accontenta delle briciole e inesorabilmente perdiamo del tempo. Bisogna vivere fino in fondo  rischiando, come ha fatto Pietro. Vedendo Gesù che camminava sul mare, domandò di poterlo fare anche lui. Gesù lo permise. Nelle situazioni della nostra vita, nei nostri incontri, nel nostro operare Dio è con noi, sempre, ma vuole che mettiamo pure noi quell'un per cento che serve, per camminare sulle acque nonostante la tempesta. Pietro ebbe paura del vento forte, nonostante la presenza del Signore. Pietro sapeva che Gesù era il Signore, che era Dio, tuttavia ebbe paura e la sua paura lo fece affondare. Quante volte nella nostra vita, cominciamo ad affondare travolti dalla paura che ci accada qualcosa di brutto! Eppure abbiamo davanti a noi il Signore! Nonostante ciò, la paura ci blocca e ci fa affondare e morire. È per l'intervento di
Gesù che Pietro si salvò. Gesù proferì allora alcune parole che dovrebbero risuonare nel nostro cuore: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" Il Signore era davanti a Lui, Pietro sapeva camminare sulle acque perché Gesù lo aveva comandato, eppure... ebbe paura e quella paura lo fece affondare sempre di più e se Dio non fosse intervenuto, sarebbe sicuramente morto...
Non lasciamoci mai bloccare dalle paure, perché queste ci precludono le gioie intense della vita!

mercoledì 29 luglio 2026

Violenza dei giovani

Violenza giovanile, un'emergenza che tocca i nostri giovani, stranieri e non. Notizia fresca fresca: un gruppo di diciottenni in Campania picchiano un uomo di 70 anni. È uno dei tanti episodi di violenza, non apro il discorso di quelli compiuti dai giovani stranieri perché questo post non ha lo scopo di raccontare la violenza, ma di ragionare su un qualcosa che è diventato emergenza. Mancano i valori che non riusciamo a trasmettere loro, i valori autentici, quelli che non hanno tempo. Lo scusare tutto non è la soluzione giusta, anzi, probabilmente è la conseguenza di ciò che ho detto nel post precedente: il fatto di non avere punti fermi nella vita, rende molto difficile orientarsi: si deve aver chiaro ciò che è bene e ciò che è male, avere la percezione intensa che l'altro può soffrire come noi, che non serve essere sempre il centro del mondo. È davvero un'emergenza... e non serve mettere una generazione contro l'altra come fa la sociologia: ultimamente vi è la fissazione delle divisioni in generazioni che non serve a nulla, davvero se non a rimarcare le differenze. Bisogna trovare ciò che invece ci unisce, perché alcuni valori non devono morire, valgono per sempre.
Alcuni giovani vengono cresciuti dando peso ai soldi, al "vali per ciò che hai", ad essere sempre il centro del mondo, senza contare che ,facendo così, si uccide l'empatia. 

mercoledì 22 luglio 2026

Confusione



Personalmente, percepisco una forte confusione, la percezione reale del giudizio umano distorto. Tutto questo disorienta: se non si ha più che fede, si rischia di entrare in crisi, perché vedi che il mondo va letteralmente al rovescio. Si difende l'indifendibile, si fa coincidere un atteggiamento malsano con uno giusto come reazione a qualcosa che non andava bene. Il mondo va davvero al rovescio e in questa confusione ci si chiede dov'è la vera informazione. Francamente questa mancanza di certezze, fa vacillare paurosamente la propria coscienza e può far crescere una rabbia che non ha risposte, che ti fa odiare il mondo.
In tutto questo baillame, è sempre Cristo che deve guidare i nostri pensieri, è il porto sicuro, il faro che illumina il nostro cammino. Senza di Lui non potremmo mai rimanere saldi nella nostra serenità. Sconcerta questa mancanza di punti fermi della società, si è pienamente consapevoli che tutto può accadere, che le tue opinioni potrebbero diventare reato in nome di una libertà che vale solamente per alcuni... e ti accorgi che concretamente ti hanno tolto la libertà di pensiero in nome della libertà. È il paradosso del nostro presente, insofferente ad ogni tipo di regola che categorizza in comportamento giusto e ingiusto. Davanti a tale filosofia odierna, tutto diventa lecito e, in quest'ottica, tutto diventa fatuo e relativo, tutto diventa pericoloso,  senza punti fermi. Siamo alla deriva. In quest'ottica, la nostra coscienza subisce una forzatura, si addormenta, si modella su parametri sballati e si stabilisce su un'insensibiltà verso gli atteggiamenti errati. Eppure vi è sempre una binarietà: sbagliato e giusto. Chiaramente non tutto avviene in modo categorico e vi sono le variabili dei casi, per le quali un avvenimento è influenzato nel suo decorso, ma deve rimanere ancorato alla binarietà, verso la quale bisogna tendere per le cose essenziali.

domenica 19 luglio 2026

La forza di Dio

Sebbene "l'uomo sia capace di Dio" e quindi capace di relazionarsi con Lui, è difficile entrare nel Suo modo di ragionare e assumere la Sua mentalità.  In un passo della Bibbia si dice: I Suoi pensieri sovrastano i nostri pensieri. Certamente: è lo Spirito Santo che ci fa entrare in piena comunione con Dio. È un periodo molto difficile quello che stiamo attraversando,  troppe teorie, troppe opinioni... ed essendo libere e diffondendosi rapidamente tramite i social, creano tanta più confusione che chiarezza. Chi non è abbastanza fermo, stabile nella fede, si lascia influenzare e sempre più facilmente si perde. 
La prima lettura di oggi spiega proprio un lato  delicato di Dio, quello che unisce giustizia e misericordia.
"Non c'è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose... La tua forza infatti è il principio della giustizia... Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza... Con queste opere hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento."
Dio non è un sovrano distante e capriccioso e non deve dimostrare a nessuno di essere potente, perché è Lui il Signore di tutte le cose. Sappiamo infatti che Dio è il Dio dei vivi e non dei morti. Lui entra nella storia di ognuno di noi, usando un linguaggio suo, nascondendosi dietro quella parola, dietro quell'avvenimento semplice. Solamente un'anima attenta, desiderosa di capire la volontà di Dio, riesce a sentire la Sua voce.
La Sua forza è principio della giustizia. La sua forza non equivale al suo imporsi nella vita della gente, ma al contrario si manifesta nel saper attendere, nel dare sempre una possibilità. Non vuole creare dei seguaci a tutti i costi, sebbene, desiderando il bene degli altri, abbia sete di anime. Dio non si manifesta nel rumore, nella palese regalità, ma nel silenzio e nell'umiltà di una stalla.
La frase più sorprendente di questa lettura è "giudichi con mitezza". 
Dio è giudice, nel Vangelo Gesù lo dice più volte,  ma è un giudice che non ha bisogno di punire, il suo è un giudizio che tenta di salvare. Questo non vuol dire che il male sia indifferente, ma la misericordia di Dio è più grande del  nostro peccato se ci lasciamo raggiungere da Lui.
"Hai dato ai tuoi figli la buona speranza" Dio non si arrende davanti al peccato dell'uomo, lascia sempre aperta la porta del pentimento e della conversione. 
Difficile da capire, ma bisogna entrare nel cuore di Dio per comprenderlo veramente. Un genitore che vede allontanarsi suo figlio, trattarlo male e rendersi sempre più distante, spera sempre che ritorni. Il figlio troverà le braccia del genitore sempre aperte, sarà sempre speranzoso di vederlo tornare al suo amore...
La logica di Dio non è la nostra. Lui non ha paura delle opinioni diverse, degli insulti o di perdere adepti. Lui ama e basta, è stabile, perciò con il suo cuore ama sia la zizzania che il grano e aspetterà fino all'ultimo che l'uomo che ha abbandonato la retta via torni a lui ravveduto.


giovedì 16 luglio 2026

Voglia di eternità

In questi giorni ho letto la storia di Alessia La Rosa, una bambina di 8 anni morta di una forma rara di tumore. Si è ammalata all'età di appena 1 anno e mezzo e ha convissuto con la malattia per ben 6 anni. La mamma tempo fa ha aperto una pagina su Facebook per raccontare il dolore, la storia della bimba. In essa vi sono vari video che aprono una finestra sul vissuto doloroso, faticoso, ma anche gioioso della bimba e della mamma che l'ha accudita fino alla fine.
Ciò che mi ha indotto a riflettere è la serenità, la voglia di vivere e il sorriso di questa bambina e,  ancor di più, il suo stato d'animo e parole poco prima di morire. La bimba, infatti, nei suoi ultimi giorni parlava dell'eternità come una cosa normale, ed esprimeva il desiderio di vivere in quella nuova dimensione.

 Il dolore e la stanchezza che ne derivavano, spiegano fino ad un certo punto quest'anelito. Lei ha sempre dimostrato una grande voglia di vivere, gustava ogni attimo che la vita le offriva... eppure, davanti alla morte non aveva più paura: a 8 anni capiva perfettamente che sarebbe vissuta in un'altra dimensione.
Questo è di sprone per tutti noi, ci esorta a vivere ogni istante in modo intenso. La vita porta delle sofferenze, ma sono sempre accompagnate da gioie nascoste nella quotidianità. Queste vanno cercate e assaporate fino in fondo. Bisogna vivere intensamente ogni istante, perché l'attimo presente fugge e non torna più.

domenica 12 luglio 2026

Solo un attimo

Ultimamente sono sommersa da notizie della morte di persone che conosco.  Sembra tutto un caso, ma non è così. Spesso, nella mia solitudine, mi sono ritrovata a pensare alla morte, al senso profondo della vita e di conseguenza all'importanza delle cose che contano veramente. Come sovente ho detto, è il nostro rapporto con la morte che traccia il cammino della vita terrena, ma ci sono momenti forti, tangibili, in cui la nostra mente è portata a pensarci in modo più serio, più insistente. Volere o non volere la mente accarezza quel pensiero.
Personalmente non mi dà angoscia, certamente mi suscita una mestizia impalpabile, quasi eterea. Capisco fortemente che ogni attimo della vita è fondamentale e che siamo destinati a salutare tante persone, se non siamo chiamati noi stessi ad affrontare il grande passo. Io non credo che un ateo non si ponga domande sulla morte o che sia soddisfatto a ricondurre tutto sul piano scientifico. Il fatto è che se una persona si accontenta di risposte lapidarie, ha una certa superficialità: se provi ad entrare nel mistero della morte, non puoi uscirne indifferente, qualcosa ti mozza il respiro, le domande s'affollano nel cervello e qualche volta ti stordiscono. Non ho dubbi nell'affermare che è meglio uscirne depressi piuttosto che indifferenti e con una risposta superba. La depressione che ne deriva, è perché la persona ha una profondità unica, un'intelligenza fine che sa andare oltre all'apparenza. Al contrario  una persona che ne esce con una risposta secca  scientifica, ancor peggio derisoria nei confronti di chi crede nella vita eterna, è davvero superficiale. Sicuramente poi subentra il discorso della fede che salva dalla depressione, ma è anche da dire che la fede è un dono e, una volta ricevuto, va curato con amore affinché cresca rigoglioso. La fede cambia la disperazione in gioia  lo afferma anche la Bibbia: "Hai mutato il mio lamento in danza,
la mia veste di sacco in abito di gioia,
 perché io possa cantare senza posa.

Signore, mio Dio, ti loderò per sempre.". Questo diventa tale se una persona ascolta nel silenzio del suo cuore e, cercando la Presenza di Dio, si mette in atteggiamento di umiltà e preghiera. Dio si renderà manifesto a chi ha il cuore aperto al suo volere e gli donerà la gioia.

sabato 11 luglio 2026

San Benedetto

Oggi è la festa di san Benedetto,  eletto patrono d'Europa da Paolo VI. Se Gesù è ebreo, l'Europa ha avuto il privilegio di essere la culla del cristianesimo. È un privilegio e, sebbene ultimamente prevalga l'apostasia e l'ateismo, dobbiamo esserne riconoscenti. Queste sono le nostre radici e fanno parte pienamente della nostra cultura. Abbiamo un patrimonio culturale non indifferente da custodire e, purtroppo,  in un certo senso, non ne siamo più degni. 
San Benedetto è un santo straordinario: nato a Norcia, fu mandato a Roma per studiare e lì, proprio dove il cristianesimo è cresciuto e si è espanso e dove la terra è stata irrorata dal sangue dei martiri, San Benedetto rimane deluso. È in questa delusione profonda che nasce la sua vocazione, il suo desiderio intenso di dedicarsi a Dio. Quindi si ritirò a Subiaco per cercare e vivere la presenza di Dio. La sua fama di santità si espanse ed attirò a sé tanti discepoli. Ciò che voleva Dio da lui non era vivere da eremita, ma fondare tante comunità di vita monastica in cui il principio fondamentale era "ora et labora". Di fatto fu il padre del monachesimo occidentale e la sua spiritualità verte su alcuni pilastri:
1. Lasciare ciò che ci distrae da Dio
2. Il valore del silenzio
3. Ora et labora: santificare le cose semplici
4. Perseveranza nella lotta interiore
5. L'equilibrio 
6. Il valore di ricevere l'Eucaristia.
San Benedetto non dice di lavorare come matti, di non avere il tempo di respirare o di andare oltre le proprie forze e di pregare solamente qualche volta... non dice di tralasciare la preghiera per fare atti di carità. 
Dico questo perché anche la vita religiosa, compresa quella condotta da laici, è diventata frenetica. Evangelizzare, per il mondo di oggi, significa lavorare come animali da soma, lavoro che spesso logora e stanca talmente tanto che non si hanno più le forze per pregare. È la preghiera il motore di tutto, non basta offrire il proprio operato, bisogna stare con Dio, perché solamente Lui dà senso al nostro vivere e quindi al nostro operare. San Benedetto faceva dell' equilibrio la qualità principale della vita monastica, era bandito ogni eccesso. Benedetto fu anche una guida preziosa, ma imparò nel silenzio. Fu nel silenzio che incontrò Dio. Spesso siamo travolti dal rumore dei nostri sentimenti, del nostro giudizio, della mentalità del mondo, ma è nella delicatezza della brezza che Dio parla al cuore dell'uomo, non nel tumulto. Sappiamo immergerci anche noi nel silenzio più profondo per riuscire a portarlo nel tumulto del mondo... perché la pace deve regnare nel nostro cuore, così riusciamo a vivere anche i momenti più dolorosi e intensi della vita.